Fini non vuole tutele: pronto a chiedere la fiducia del partito

Il leader di An deciso a imporre Matteoli come coordinatore e a opporsi al voto segreto sulle mozioni dei «colonnelli»

Fabrizio de Feo

da Roma

Gianfranco Fini medita un «azzardo». E prepara la sua strategia in vista dell’assemblea nazionale del 2 luglio. Il conto alla rovescia verso il grande show-down della destra italiana è ormai iniziato. E l’ora della verità, per un partito che per la prima volta mette in discussione la leadership del suo presidente con un «dissenso organizzato», si avvicina. Il clima rispetto a qualche giorno fa appare meno viziato dai risentimenti e più segnato dalla riflessione. La «mozione del segretario», ovvero l’offensiva che puntava ad affiancare al presidente una nuova figura statutaria con compiti tanto politici quanto organizzativi è definitivamente naufragata per carenza di sottoscrittori. Un punto a favore di Fini che è riuscito a parare il colpo inferto da Gianni Alemanno e a disinnescare la prima minaccia di «messa sotto tutela» della sua leadership.
I malumori, però, al di là delle dichiarazioni di facciata resistono. E tutti i colonnelli insistono sul fatto che «questa volta non finirà a tarallucci e vino, con una stretta di mano, gli applausi, i flash dei fotografi e l’inno del partito». Per Fini, insomma, non sarà una passeggiata, anche se i toni da inquisizione si sono ammorbiditi e la rabbia post-referendaria si è stemperata. Lo stesso Fini, dopo un iniziale irrigidimento, ha ripreso a tessere la sua trama e a tentare complesse saldature. Venerdì dopo il Consiglio dei ministri ha avuto un lungo colloquio con Gianni Alemanno. E nello stesso giorno ha usato toni rassicuranti con Ignazio La Russa, alla vigilia della riunione di Destra Protagonista, la corrente di cui il parlamentare di Paternò è a capo insieme a Maurizio Gasparri. Non è un caso che La Russa, il giorno dopo quella telefonata, abbia perorato la causa dell’unità del partito con toni che hanno suscitato qualche stupore anche tra gli stessi militanti della componente di osservanza «tatarelliana». In settimana, poi, il numero uno di Via della Scrofa incontrerà a uno a uno i suoi dirigenti.
Questa offensiva del dialogo, però, potrebbe non bastare per stringere una tregua duratura con tutte le anime del partito. Il fuoco arde vivo sotto la cenere. E tra i circa 500 componenti del parlamentino interno il desiderio di spedire un messaggio a Fini resta ancora forte. Un pericolo che potrebbe crescere di intensità nel caso in cui il presidente dell’assemblea, Domenico Fisichella, dicesse «sì» alla richiesta di voto segreto sulle mozioni. A quel punto, i malpancisti potrebbero sentirsi smarcati dalle indicazioni correntizie e cedere alla tentazione di lanciare un «segnale», magari concentrando il voto sul documento più barricadero: quello di Alemanno. Ovviamente molto dipenderà dalle decisioni e dagli incontri dell’ultima ora. Ma il leader di An è consapevole del pericolo e sta meditando una contromossa coraggiosa: porre la questione di fiducia sulla scelta di Altero Matteoli come coordinatore.
Il senso di questa scelta è semplice. Fini non accetta una leadership offuscata o dimezzata. Né si riconosce nel ruolo di colui che, per evitare l’ammutinamento, cede il timone tanto nella navigazione quotidiana quanto nella definizione della rotta da seguire. Fare il «testimonial» internazionale di An, insomma, non è certo al centro dei suoi pensieri. Meglio giocarsi il tutto per tutto e scommettere sul suo appeal politico e sulla storia di un partito indissolubilmente legato alla sua figura. Una puntata pericolosa ma certo non disperata che Fini, secondo fonti interne ad An, sta seriamente meditando di lasciar cadere sul tavolo dell’assemblea.
Ci sono, però, alcuni nodi da sciogliere. Il primo è come fare l’abiura del relativismo etico senza ribaltare le convinzioni espresse nella fase pre-referendaria. Il secondo è convincere Matteoli a cedere alla «regola dell’incompatibilità» tra incarichi di governo e di partito. Il titolare dell’Ambiente è determinato a restare dov’è ma è probabile che di fronte a una richiesta del leader deciderà di fare un passo indietro. Incassata la sua disponibilità, Fini potrebbe tentare il tutto per tutto e porre la questione di fiducia, rivendicando tanto il diritto alla nomina del coordinatore, quanto la necessità di superare nei fatti il correntismo con una scelta che non sia basata su equilibrismi spartitori.
Come reagiranno a quel punto i «colonnelli»? Tutti finora hanno puntualizzato che non esistono veti sui nomi. La corrente cattolico-sociale che fa capo ad Alemanno pretende, però, che quello del coordinatore sia un «incarico assembleare», ovvero che ci sia una discussione limpida e un voto. Nei fatti un depotenziamento del «presidenzialismo» sancito dallo statuto che Fini difficilmente accetterà. E che potrebbe spingerlo al «redde rationem» della fiducia.

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