Finocchiaro, la perdente che vuol far le scarpe al "gemello" Veltroni

Tentò la scalata al Quirinale e fu bocciata; sfidò Lombardo in Sicilia e fu travolta. Ora si "candida" alla segreteria del Pd. La stroncatura delle colleghe all'ambizione di affermarsi come la migliore delle donne

La bella testa di Anna Finocchiaro si rivela ogni giorno di più una testolina. La bruna siciliana, capogruppo del Pd al Senato, è rosa dall’ambizione. Nel 2006 aveva fatto un pensierino al Quirinale, sull’abbrivio di un bofonchio di Romano Prodi: «Ci vuole un segno di novità. Magari una donna». Come se fosse l’unica, Annuzza pensò di essere lei la designata. Poi, arrivò il solito maschio, sia pure nella veste veneranda dell’ottantenne Giorgio Napolitano. Era del suo partito e Annuzza avrebbe dovuto esultare. Invece, dichiarò indispettita al Corsera: «Un uomo col mio curriculum, l’avrebbero già nominato presidente della Repubblica». Il suo curriculum, all’epoca, erano cinque legislature da peone e un ministero senza portafoglio (Pari opportunità) nel 1996.

Ora si è proposta, per la seconda volta, alla guida del Pd. Lo ha fatto nel modo più generico e vago, pronta come sempre a fare marcia indietro. «Non so se lo farò, ma non lo escludo...».

L’autocandidatura è riportata da alcuni giornali. Ma non si capisce quando e dove l’abbia manifestata. Se sia una voce dal suo sen fuggita alla buvette, una confidenza fatta al ristorante o lo spezzone di un soliloquio carpito dai cronisti parlamentari. Fatto sta che, diventata di dominio pubblico, le sono stati chiesti chiarimenti.
Quelli che ha fornito fanno a pugni con la logica e testimoniano la progressiva metamorfosi di una bella testa (chioma nera e selvaggia, nonostante le 53 primavere) in una testolina. Ha detto, infatti, che non ha intenzione di fare le scarpe a Veltroni. Presa alla lettera ha ragione. Non punta alle scarpe ma alla poltrona. Cosa che per Walter è molto peggiore perché lo costringerebbe a onorare la sua promessa di ritirarsi in un capanno dell’Africa nera dove, peraltro, anche le scarpe sarebbero superflue. Per chiarire meglio le sue ambizioni, Annuzza ha aggiunto: «Non ci sono dietrologie. Casomai è una rivendicazione di genere». Tradotto: non mi candido per soffiare il posto a Veltroni, ma per annichilire il maschio che è in lui e sostituirlo con una donna, anzi la migliore delle donne, che sono io. Un guazzabuglio, ma corrisponde al temperamento in evoluzione di Anna Finocchiaro.

Annuzza è una di quelle femministe secondo le quali alle donne in politica sono preclusi i massimi traguardi. Anche se sono più capaci, la lobby maschile a un certo punto le blocca. «Il fenomeno - ha detto poeticamente - si chiama soffitto di cristallo: le donne vedono le cariche più alte, ma un soffitto di cristallo impedisce loro di salire». In genere, queste sue impennate suscitano le reazioni negative delle altre donne. Tutte infatti capiscono che parla di loro, ma che in realtà pensa a sé.

Contro l’autocandidatura piombata sul Pd come un fulmine a ciel sereno, sono state soprattutto le signore a rispondere picche. «Forse, è un lapsus», è stato lo sfottò di Livia Turco. «Il cambio della leadership non è all’ordine del giorno», ha commentato Anna Serafini. «Alla testa del Pd vedrei bene Linda Lanzillotta, per restare in ambito femminile», ha obiettato Cristina De Luca. Equivale a un «taci e cuccia» senza nessuna solidarietà di sesso.

Annuzza è legatissima a D’Alema e nessuno dubita che la sua uscita sia ventriloqua. È ovvio che sia Max il vero interessato a defenestrare Veltroni. Finocchiaro è solo la pedina che, con buona pace del suo orgoglio femminista, l’autoritario Baffino muove a piacere. Già nel 2007 le aveva fatto balenare lo scettro del nascente Pd. Allora, la candidatura era stata annunciata da un’intervista in cui Annuzza prefigurava il Pd come «il partito delle donne e dei giovani. Con un leader fresco anche dal punto di vista anagrafico. E possibilmente di sesso femminile». Il ritratto era il suo, ma la pensata di D’Alema, intenzionato a sgambettare il diplomato cineoperatore suo rivale. Anche allora, Livia Turco si era messa di traverso. «D’accordo su una donna (Annuzza, ndr). Ma non strumentalizzata dagli uomini (Max, ndr)», disse acida.

Si sa come finì. D’Alema trovò in un amen l’accordo con Veltroni e Finocchiaro uscì dalla lizza. Ci rimase di peste, ma obbedì. È intrisa di smanie, ma non ha gli artigli. È una comunista vecchio stampo prona al capo. O, se volete, una donna ligia all’uomo. Così, sempre per sottomissione, ci riprova anche questa volta, ma con fare tentennante e più svampito.

Inoltre, c’è un’enorme differenza tra allora e oggi. Un anno è bastato a dimezzare Finocchiaro. Nel 2007 pareva quasi nuova, nonostante fosse da quattro lustri in Parlamento. Adesso è logora. Ha voluto bruciare le tappe e si è incenerita. Passava per un fenomeno e ha invece collezionato la più grave sconfitta del Pd quest’anno con le «Regionali» siciliane. Era la leader e capolista, aveva scalzato Rita Borsellino, aveva promesso di portare la Sicilia «premoderna» di Cuffaro (parole sue) nella «modernità» (idem). Ha fatto invece un tonfo sesquipedale. Ha trionfato il centrodestra di Raffaele Lombardo col 65,3 per cento. Il Pd si è fermato al 30,3 quando, appena due anni prima, guidato dalla reietta Borsellino aveva raggiunto il 41,6. Da allora, Annuzza è nuda. Lei però non se n’è accorta. Ha continuato a predicozzare ogni giorno in tv con la sua voce baritonale da quasi uomo, intimando al Cav di smetterla con le ciance e passare ai «fatti concreti». Un termine che ama e che ritroveremo.
Riconfermata presidente dei senatori come nella scorsa legislatura - non più per meriti ormai, ma solo per evitare che sbandierasse la solfa del maschilismo -, è incappata nella faccenda della Vigilanza Rai. Il reprobo, Riccardo Villari, era uno dei suoi. Le è completamente sfuggito di mano. Anziché fare mea culpa - per non avere silurato in tempo l’assurda candidatura di Leoluca Orlando - se l’è presa col centrodestra, reo di avere votato il suo uomo. «Se non se ne va di sua volontà, possiamo solo cercare di convincerlo», obiettava il Pdl. «No. Ora - ha detto Annuzza in una lettera aperta a firma anche di altri ma che rivela la sua maschia impronta nella seguente ingiunzione - dovete passare ai fatti concreti». Sequestrare Villari? Impiccarlo? Annuzza non lo dice. Da ex magistrato - tre anni come sostituto procuratore a Catania - non si è voluta compromettere. Lei, da parte sua, ha fatto quello che doveva fare da comunista: ha cacciato Villari dal gruppo del Senato, accusandolo di condotta «personalistica». In perfetta sintonia con Veltroni che ha dimesso Villari dal partito con ignominia. Due purghe contemporanee, un riflesso comune. Una coppia di nostalgici del Pci, identici nell’essenziale come due gocce d’acqua.

Ci ripensi, Annuzza. Se Walter è suo gemello, qual è l’uzzolo che la spinge a sostituirlo?