Fioravanti, lo scultore che diede corpo alla fede

Il maestro romagnolo è stato una eccezione nel panorama contemporaneo. Fu capito solo da Testori

Ilario Fioravanti è entrato nella storia dell'arte italiana grazie a Giovanni Testori che, trenta anni fa, si accorse della verginità e dell'integrità del suo sguardo. Se all'espressione dell'arte religiosa il Novecento ha dato segnali timidi (e se ne vede testimonianza nella mostra istruttiva, e insensatamente controversa, Bellezza divina, a Palazzo Strozzi a Firenze), Ilario Fioravanti ha mostrato di non accomodarsi all'estetica prevalente, ponendosi fuori dal tempo, in invenzioni di assoluta spiritualità.Se la storia dell'arte cristiana poteva presumersi conclusa con il rivoluzionario Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, Fioravanti avanza nel riproporre in immagini, valori non negoziabili e non superati. Fioravanti era naturaliter cristiano, come Tonino Guerra era comunista.

Una condizione spirituale, ineluttabile; e lui stesso lo dichiara: «Da quando ho iniziato a lavorare, durante il periodo natalizio, ho iniziato una serie di incisioni... e ora continuo, anche con altri manufatti, questo tema... un momento di gioia da donare agli altri... un dono». Anche nelle sue terrecotte, tutte intrinsecamente religiose, avvertiamo il sentimento popolare della devozione, nella ruvidezza e nella mutevolezza della materia, nella schiettezza elementare della forma: da esse emerge, spontanea, come una spontanea preghiera. Testori lo ha sentito salire dal cuore di questi corpi di terra, con la capacità del suo sguardo di penetrare le cose, distinguendo valori artistici veri, tra i tanti fasulli e inventati.Andai a trovare Fioravanti a Cesena nel suo studio: stava mettendo insieme blocchi di creta per comporre figure che, pur essendo religiose, mostravano un'umana deformazione, una declinazione dolente, in cui risentivo la stessa verità dell'Angelus di Millet. Fioravanti ci ha ancora una volta insegnato che «L'arte non è la realtà. È un'emozione, un mutamento, una trasformazione degli elementi. Mutare quello che noi percepiamo e filtriamo. L'arte non è vedere, fare una cosa com'è, ma il gesto di far vedere, un'operazione più profonda. Nell'arte, nella mia arte, ci deve essere un'attrazione. Fare scultura, così come realizzare un'opera d'arte, non è proporre la realtà fotografica, ma è invece reinventare». E questo è vero per ogni artista. L'arte è rivelazione.

Ma lo è ancor più, e religiosamente, per Fioravanti.Importa intanto dire che Fioravanti, fra tanti distratti, è stato un artista cristiano. Non è una puntualizzazione minore nel secolo che, già a partire dal Quarto Stato di Pellizza da Volpedo e poi con le avanguardie ha, di fatto, eluso i tradizionali soggetti della pittura religiosa. Ma, per Fioravanti, essi sono fondanti, ineluttabili. L'arte non è pura ricerca della forma, è comunicazione di emozioni, di affetti, di passioni; esattamente come fu per la scultura di Giovanni Pisano, per la pittura di Giotto, e per i capolavori di tutti i maestri fino alla fine del Settecento.Vissuto novant'anni, Fioravanti ne dovette passare molti a non capire o ad affrontare continui equivoci, a partire dalle testimonianze dei maestri più illustri della sua epoca, come Giorgio Morandi e Giorgio De Chirico, in diverso modo estranei al mondo cristiano. Il primo per nichilismo, il secondo per esaltazione del mito antico. Fioravanti, no.

Per lui l'arte, in particolare la scultura, sono omaggi e ringraziamenti a Dio che vive tra gli uomini. La sua fede integra non poteva immaginare incertezze o dubbi. Dio c'è. Lo vedo. E lo rappresento. Forse nessun artista è stato così semplicemente, candidamente cristiano, come Fioravanti. È molto raro questo spirito puro, e nulla lo distrasse dal suo obiettivo. A capirlo fu, per primo, Giovanni Testori, grande scrittore cristiano. Ciò in cui i nostri genitori hanno creduto, e che oggi è un edificio in rovina, è ancora intatto nella visione di Fioravanti. Fioravanti arriva a Urbino nei giorni di Natale e compie il miracolo nel momento più prezioso per l'umanità davanti a Dio. Prima di tutto, un buon artista per Fioravanti è un buon cristiano. Entriamo ora in silenzio in Palazzo Ducale. Ci attendono la Madonna con il bambino, il respiro delle persone viventi. Fioravanti carezza la terra, prepara i volti, le mani, le vesti della Vergine, del bambino, dei pastori, con la stessa intatta visione della nostra infanzia.

Dal suo studio popolato di creature, sono uscite questa volta soltanto quelle che ebbero il bene e il destino di vedere Gesù, di parlare con la Madonna e con San Giuseppe, in quelle adorazioni di pastori e di magi che l'artista ci mette davanti perché anche noi siamo con loro, hic et nunc. Quanto è lontano questo mondo consolato dalla presenza divina, rispetto a quello in cui oggi siamo costretti a vivere, nella falsa tolleranza di chi ritiene la nostra religione un ingombro, un imbarazzo.Per comprendere Fioravanti bisogna ritrovare quella integrità di sentimenti, emozioni, di fede, che non sono leggi o dogmi, e che non vanno confusi con l'integralismo. L'umanità che Fioravanti esprime è la più immediata, la più pura, e questo sentimento si riflette nella forma. Fioravanti plasma la terra per poi scaldarla nel forno, con lo stesso rito, antico e sempre nuovo, di chi cuoce le forme del pane e ce lo offre caldo e fragrante. Nessun desiderio di essere originale, ma semplicemente di essere vero. Inutile cercare forme nuove, inutile sperimentare; non c'è niente di più importante dell'uomo.La città di Urbino onora non solo il maestro, ma la tradizione che egli ha preservato nell'arte, nella tecnica, nella fede.