Il fiorentino Rosi Un maestro sotto falso nome

Fino al 1989 la sua produzione di ispirazione sacra è stata attribuita a Sigismondo Coccapani

Vedevo qualche giorno fa, al Masone, vicino a Fontanellato, dove è il Labirinto di Franco Maria Ricci, tra le storiche pubblicazioni della sua gloriosa casa editrice, un volume di Giovanni Testori sulla Maddalena. Difficile, nella rigorosa veste grafica, capire a quale anno risalisse, ma un indizio mi portò nella direzione giusta: una immagine sensuale e languida della santa, che mi apparve indiscutibilmente del pittore fiorentino Alessandro Rosi. In assenza della didascalia a pie' di pagina, faticai ad averne conferma con il riscontro nel testo, dove lessi però il nome di Sigismondo Coccapani. Un mio errore attributivo? No. Anzi, una conferma. Risposta esatta.Coccapani era il nome con cui era conosciuto il Rosi, fino al 1989. Un indizio per la data di pubblicazione del libro sulla Maddalena che, infatti, era, con perfetta coincidenza, il 1989. Proprio in quell'anno, infatti, una giovane studiosa, prematuramente scomparsa, non Alessandra Corsi Salviati Guicciardini, aveva pubblicato, per il Centro Di, i suoi studi sugli affreschi di Palazzo Corsini a Firenze, con i riscontri sui documenti dell'archivio che riferivano quelli della galleria al piano nobile ad Alessandro Rosi, mentre erano sempre stati attribuiti al Coccapani, sulla scorta di un errore di Roberto Longhi che aveva ricostruito, per via stilistica, il catalogo dell'autore partendo da un'opera firmata dal Coccapani, affine ma non identico al Rosi. Ora, cedendo il primo anello, pressoché tutte le opere attribuite al Coccapani (un ingente corpus) andavano restituite al Rosi. Uno scambio di persona, ma non di opere, saldamente sotto il nuovo nome.Un giallo, con l'assassino. Un artista, anche avventuroso, ricordato dalle fonti (il Gaburri e l'Orlandi lo descrivono coloritamente: «Pittore Fiorentino, nato circa il 1627, imparò da Cesare Dandini; riuscì bravo disegnatore; dipinse di gran macchia; e rilievo, e pure comparve tenero, vago, e finito, sì a olio come a fresco: la Galleria dei Signori Corsini, la Tavola del S. Francesco nel Duomo di Prato, la Madonna famosa, e due baccanali per il Gran Principe Ferdinando, ed altre sue operazioni sono autentici testimoni del suo valore. Seguì la morte di questo bravo Pittore nell'età sua di 70 anni con istravagante accidente, e fu, che passando per certa contrada precipitò da un terrazzo una colonna, che l'uccise», Abecedario Pittorico di Pellegrino Antonio Orlandi), vissuto sotto falso nome. Una specie di «pentito» della pittura. Una notevole riscoperta, con il rammarico, per la gran parte delle opere, di aver perso un nome roboante e onomatopeico, per uno piccolo e stretto, poco romantico, come Rosi; e proprio Alessandro, lo stesso del titolare del Parmacotto. Ci volle un po' ad abituarsi alla scomparsa dell'evocativo e fragrante Coccapani, frattanto rinato come nome d'arte di un sarto. Poi, con il tempo, il Rosi si è affermato come uno dei più significativi e originali pittori del Seicento fiorentino.

La sua fortuna, modernamente era iniziata, e si era subito stabilizzata, quando Mina Gregori, illustre storica dell'arte, cedette i due spumeggianti Baccanali del Coccapani (non ancora Rosi) della sua preziosa collezione, dipinti per Ferdinando II de' Medici, alla allora florida Cassa di Risparmio di Prato, che stava istituendo un vero e proprio museo in palazzo degli Alberti, poi trasferito, con la cessione della banca, armi e bagagli a Vicenza, nella sede della Banca Popolare, nel meraviglioso palazzo Thiene, disegnato da Palladio, nel quale confluì, quasi predestinata, una meravigliosa Crocefissione di Giovanni Bellini con una mirabile veduta di Vicenza e dei suoi monumenti.Bellissimi i Rosi medicei; ma non meno, e nello stesso tempo, un San Sebastiano, riverso di sotto in su, con le pie donne che lo soccorrono, che, ancora con il nome suggestivo di Sigismondo Coccapani (erano i primi anni Ottanta), l'astuto e coraggioso Giovanni Pratesi comprò a un'asta Christie's per cento milioni di lire. Un record per l'artista, e per la pittura fiorentina, in quegli anni, dopo gli studi pionieristici di Piero Bigongiari e della Gregori, seguiti dal Cantelli e dalla Baldassari. Il pittore prese il volo come Coccapani, e atterrò come Rosi, creando curiosità e sconcerto. Da allora il Rosi è cresciuto per la sua pittura gonfia e compiaciuta, come un Carlo Dolci che dalla seta lieviti in una lana morbida come vicugna. Rosi ci viene incontro con un attraente Agar e l'angelo, scelto per la frusciante copertina dell'ottima e tempestiva monografia di Elisa Acanfora (Edifir), che subito recepì le sconvolgenti e coinvolgenti conclusioni della Corsi Salviati Guicciardini sull'alter ego del compianto, ma non rimpianto, Coccapani. Un pittore compiaciuto e felice, descrittivo prima che introspettivo, capace di invenzioni barocche e alieno dall'intimismo, l'unico forse, a Firenze, a intendere la pittura come una festa, neanche avesse creduto di essere a Roma. Per questo ha dovuto, per tre secoli, nascondersi, non farsi riconoscere. E oggi, fra i suoi più mesti colleghi, trionfa.