FIRENZE Donatello ora parla solo inglese

La resa al turismo di massa prova che i problemi sono vicini all’irrisolvibilità

Camminare per Firenze ha sempre voluto dire addentrarsi in una memoria non personale, eppure in qualche modo intima.
Forse perché a Firenze è nata la lingua che parliamo, e non intendo soltanto la lingua italiana ma anche il suo suono, il suo tono, la sua musica, il suo colore, che si estendono su immagini di paesaggi e di opere d’arte con i quali siamo cresciuti, le cui riproduzioni passavano sullo schermo tv, o segnavano i posti a sedere sui treni, o si ritrovavano nell’anticamera del dentista.
Firenze è l’Italia ma è anche il mondo. A Firenze siamo nati tutti, anche se l’anagrafe dice altro. O, meglio, non tutti, ma solo chi, in un modo o nell’altro, non può dirsi estraneo a quella cosa che chiamiamo Umanesimo: parola nella quale racchiudiamo mille realtà contraddittorie - bellezza ma anche provocazione, quiete e insieme inquietudine, figurazione dell’Ordine e prefigurazione della Dissoluzione - che però convergono a formare un mondo unitario. Che uomini uguali a noi abbiano potuto inventare questo mondo e trasmetterlo a noi è l’origine dello stupore cui Firenze deve la sua fama e la sua unicità.
Firenze vuol dire anche Alinari, i leggendari fratelli il cui studio fotografico divenne il più straordinario catalogo e archivio d’immagini di Firenze e dell’Italia. Agli Alinari dobbiamo gli occhi stessi con cui guardiamo Firenze. Le immagini Alinari sembrano racchiudere la «vera» città, il suo segreto e la sua storia, la sua eternità e la sua temporalità.
Camminare per Firenze oggi, viceversa, ci consegna a un triste disagio. È come se gli elementi di quelle immagini fossero stati spostati, o manomessi da qualcuno che si sia divertito a renderli irriconoscibili. Viste dal vivo, molte meraviglie di questa città ci si presentano come la brutta copia delle immagini che ricordiamo. È come assistere a una mostra di bei dipinti sistemati però malamente in un ambiente inadatto.
È una giornata grigia. Sull’eurostar ho viaggiato con un gruppo di fiorentini e con i loro sentimenti, tutti tendenti al cupo. Schioccano ogni tanto le risate, ma sono perlopiù risate ciniche. La lamentela per la durezza della vita, tipica più di Milano, lascia il posto qui a un senso di scontentezza, alla persuasione dell’inutilità di quello che si fa.
Sono solo quattro individui, certo. Tuttavia - qui sta il problema - il tono dei loro discorsi mi appare normale in bocca a dei fiorentini, mentre lo troverei quantomeno insolito in bocca a torinesi, romani o milanesi. Uno degli argomenti della conversazione è il futuro ferroviario di Firenze. Da nodo centrale sembrerebbe destinato a ricoprire un ruolo marginale. La stazione di Santa Maria Novella, dicono, sarà tagliata fuori dall’Alta Velocità, per la quale si dovranno utilizzare altre stazioni, più defilate, non di testa ma di transito: Campo Marte, Rifredi.
Questi fiorentini si sentono sfiorati ma non toccati dal fiume della Storia. Così, la sola storia che li riguardi è quella del passato. Uno dei luoghi comuni su Firenze parla dei suoi abitanti come di gente fuori dal tempo, ancora persuasa di trovarsi all’epoca di Lorenzo il Magnifico. L’impressione che ne ricavo girando per la città e chiacchierando qua e là è che questa immagine (per forza falsa) se la siano appiccicata addosso da soli, come per un moto di autodisprezzo.
La stazione di Santa Maria Novella è una splendida opera d'arte, degna della città. Il progetto, curato dal grande Giovanni Michelucci e dal suo team, ricevette l’elogio dello stesso Mussolini, che pure dovette notare la distanza tra lo stile qui adottato e quello - molto più altisonante - in cui il Regime si riconosceva. Nonostante i ripetuti tentativi di rovinarla - come il costoso e terribile rifacimento dell’uscita sul lato nord tra gli anni ’80 e gli anni ’90 - questa stazione fa parte, giustamente, dell’orgoglio cittadino.
Molti, all’epoca della sua costruzione (1932), avrebbero preferito arretrarne l’ubicazione in un punto che fosse un po’ meno a ridosso della Firenze monumentale. Tuttavia, col senno di poi possiamo scoprire, nella scelta di mantenere questa vicinanza tra lo scalo passeggeri e la leggenda fiorentina, un tratto fondamentale di questa città. Il viaggiatore doveva entrare nel vivo di questa leggenda subito, senza diaframmi, senza prefazioni, senza mediazioni. Doveva scontrarsi immediatamente - nemmeno il tempo di posare le valigie in albergo - con la magnificenza, con l’eccezionalità di Firenze. Era una scelta precisa, in linea con il carattere della città. Fascismo o non fascismo, a quel tempo le idee su come doveva essere una città erano molto chiare.
Io sono qui per raccontare una passeggiata per Firenze, ma già la stazione mi lancia tanti segnali e spunti da farmi disperare di potere, prima o poi, uscire di qui. Ecco davanti a me gli ingressi alle sale d’attesa, al bar, alla vecchia biglietteria. Le scritte, un po’ malandate, sono quelle di un tempo. Mi colpisce, sopra l’ingresso del bar, la scritta «ristoratore». Si tratta di uno snack bar con tavola calda assai modesto, poco accogliente, da mensa aziendale di una volta.
Là dove una siepe di schiene si schiaccia contro il bancone dei panini campeggiano inosservati, causa anche il cattivo stato di conservazione, due enormi e bellissimi dipinti di quello che, allora, era il più prestigioso pittore di Firenze, Ottone Rosai. Ci prende la spiacevole sensazione che quel ’32 fascista fosse molto più moderno del nostro 2007. Allora si prendeva un pittore di grido e gli si faceva affrescare la stazione: oggi, a ogni ristrutturazione, sono solo negozi che si accavallano.
Forse perché oggi fidarsi di un artista è diventato più problematico: vai a capire cosa ti combina...
Da molti anni ormai, quando cammino per Firenze, evito di guardare troppo in alto, a meno che non sia sicuro di quello che i miei occhi troveranno. Ho sempre paura di veder cadere un pezzo di cornicione.
L'effetto è mediorientale. In certe vie sembra di trovarsi in un suk, inseguiti non dal profumo delle spezie ma dal fetore dei panini alla piastra, che impiastricciano l’aria del centro cittadino. Qui non senti parlare fiorentino, ma solo inglese, giapponese, tedesco e russo. Vai a Parigi, vai a Londra, vai a New York e senti parlare solo italiano: per un po’ d’inglese, bisogna venire a Firenze.
Il solo italiano che orecchio è quello delle scolaresche in gita. Alla resa di questa città al turismo di massa si aggiunge la resa alle gite scolastiche. Ma piantatela di portarli a Firenze, non avete ancora capito che non ha nessun senso?, che non guardano niente perché voi non avete insegnato loro a guardare? Non lo sapete che, prima di andare a Firenze, bisogna dimostrare di saper guardare fuori dalla propria finestra di Cantù o di Tolentino?
L’idea che Firenze, anziché gestire il turismo, si sia fatta gestire dal turismo, mi riempie di tristezza. È segno che i suoi problemi sono diventati cronici. Per mia fortuna, il turismo conosce percorsi obbligati. È come un fiume che corre nelle sue sponde, e non osa avventurarsi nei luoghi poco segnalati dalle guide. Così, alle file deprimenti che campeggiano davanti a certi monumenti e musei fanno riscontro diverse isole di solitudine.
Io mi rifugio in piazza Ss. Annunziata, dove Brunelleschi diventa l’aria stessa che respiriamo. Mi siedo su due gradini, facendo attenzione alle cacche di piccione. La giornata si è rischiarata, compare il sole, e in questo angolo di paradiso non c’è nessuno. Per la prima volta ringrazio Dio per aver creato gli imbecilli: soprattutto quelli che hanno compilato certe guide turistiche.
In un angolo, dietro alcune transenne, un operaio sta lavorando. Una parte della pavimentazione è stata tolta. Ho sempre amato la pavimentazione sconnessa di Firenze, che ci fa traballare e scuote le memorie, lasciandoci inquieti. L’operaio mi chiama. Vede che sono grosso e perciò mi prega di passargli un sacco di cemento che sta da questa parte della transenna, se no è costretto a fare tutto il giro.
Mentre eseguo la sua richiesta, vedo con la coda dell'occhio una coppia entrare un po’ impaurita nella piazza. Sono due giapponesi di mezza età, marito e moglie, tutti e due con occhiali, cappello impermeabile e soprabitino color fumo di Londra. Se ne stanno stretti a leggere una guida turistica e non alzano gli occhi. In un inglese improbabile mi dicono che stavano cercando piazza San Marco ma che si sono persi. Vorrei dire loro che si trovano in una delle piazze più belle del mondo, ma temo che rispondano «qui non c’è scritto», e allora mi limito a indicare loro la strada.
L’operaio è anziano e mi racconta alcuni aneddoti a me sconosciuti circa lo Spedale degli Innocenti, il capolavoro del Brunelleschi che sta davanti a noi. Parla del Brunelleschi e del reciproco odio che lo legava a Donatello come se avesse appena finito di pranzare con lui. Poi si lamenta del figlio, laurea in economia, palestrato, che di Firenze conosce solo i locali alla moda e al suo bambino di tre anni ha fatto crescere il codino.
(6.Continua)