Firenze torna capitale. Ma solo delle risse Pd

RomaFirenze, 1989. C’è una tenda della Fgci in mezzo al verde, alla periferia della città, con tanto di bandiera. È un sit-in di protesta, come tante volte nella storia della sinistra. Solo che c’è un fatto nuovo. I giovani comunisti hanno piantato i paletti, non per protestare contro qualche speculatore, qualche palazzinaro, qualche sindaco democristiano; ma per denunciare una operazione in cui sono coinvolti i dirigenti del loro stesso partito. Bisogna tornare a questa immagine, più di venti anni fa, per ricostruire «la storiaccia» che sta avvelenando la campagna elettorale di Firenze di oggi. La «storiaccia» che fa implodere il Pd nella città del giglio. L’operazione contro cui i giovani della Fgci protestano passerà alla storia come «Fiat Fondiaria». Dicono che è una speculazione, che è un affare patrocinato irresponsabilmente dagli amministratori rossi. Per mesi la polemica dilania il partito senza che nessuno prevalga: né i ragazzi della tenda, né i riformisti fiorentini. Poi, il 27 giugno 1989 al segretario provinciale del partito arriva una telefonata da Roma. Achille Occhetto ha scelto: stop alla variante di piano, non se ne fa più nulla. Dirigenti e giunta, che avevano sponsorizzato l’operazione vanno in frantumi. Tutti a casa. All’ombra di Santa Maria Novella il Pci viene decapitato.
Roma, 3 dicembre 2008. Achille Occhetto non è più nel Pci-Pds-Ds da anni. Ma quando scoppia un nuovo scandalo, che travolge la giunta di Leonardo Domenici, e vede coinvolti in una inchiesta due dei suoi assessori, si ricorda di quel precedente. A un giornalista del Tirreno, che lo chiama per un commento, consegna una delle sue formidabili battute caustiche: «Qualcosa che non ha funzionato nel rapporto tra pubblico e privato: mi sembra che ci fossero delle relazioni da compagni di merendine. L'amministratore deve avere una grande apertura nei confronti del privato ma mantenendo sempre un ruolo di guida e non di compare». L’affaire a cui si riferisce Occhetto è oggetto di ben due saggi da poco approdati in libreria. Flop di Giuseppe Salvaggiulo (Aliberti Castelvecchi) e Lost in Pd di Marco Damilano (Sperling & Kupfer). Damilano fotografa la crisi di un gruppo dirigente combattuta a colpi di velenosi sms e sonori «vaffa» che volano fra il sindaco e dirigenti del Pd. Salvaggiulo pubblica i verbali delle intercettazioni degli assessori. Uno di questi, Graziano Cioni è una bandiera della giunta, lo «sceriffo» delle «linee dure», l’uomo che è il probabile futuro sindaco. Riassume Salvaggiulo: «Cioni è accusato di aver ricevuto da Ligresti, che contemporaneamente con il Comune di Firenze tratta un affare immobiliare da un milione di euro, una serie di favori».
A prescindere dalle indagini (tuttora in corso) Cioni e i suoi colleghi, tecnicamente potrebbero essere assolti, ma politicamente sono rovinati. Il quadro infatti è deflagrante. La ciliegina sulla torta, riguarda in sindaco Leonardo Domenici, non sfiorato da addebiti giudiziari, ma politicamente messo in una luce imbarazzante dalle intercettazioni. Il 30 settembre, infatti, il sindaco chiama due volte (alle 13,55 e alle 14,10) il suo assessore Biagi, in riunione con la maggioranza. Dice: «Mi sono vista questa cosa qui, ma qual è il punto che ci interessa?». Biagi: «Nell’ultima pagina». Domenici: «Ci vediamo dopo, lì come va?». Biagi: «Sono abbastanza d'accordo, però tutti dicono che non si tocca il parco se non oltre un certo limite, e vogliono un atto di indirizzo». Domenici: «Chi lo dice questo?». Biagi: «Sinistra democratica... il Quartiere 5». A questo punto il sindaco sbotta: «Che ci fa Sinistra democratica?... Per me questa riunione di maggioranza non esiste! Gli puoi comunicare da parte mia che queste cazzate sul parco se le possono ringoiare! Perché io porto in consiglio comunale una delibera per cambiare la destinazione del parco, e chi non ci sta è fuori e si vota prima del tempo». Altra intercettazione, Cioni: «Lui (il sindaco, ndr) ha già detto che il parco fa cagare e che quindi si può fare».
Il congegno che fa detonare il Pd fiorentino è questo: due assessori indagati per sospetti sulla speculazione, un sindaco non indagato, ma che risulta sostenitore del progetto e flagellatore della sua stessa maggioranza. Il successore più probabile (Cioni) costretto a non presentarsi. Il sindaco che ha sostenuto quel progetto (Domenici), che perde la sua immagine, e il ruolo di garante di tutta la giunta: emerge come un nemico di parte della sua maggioranza (Sinistra democratica, che difende il parco). In un colpo Cioni si gioca la fascia tricolore e Domenici la reputazione politica. Il sindaco sembra perdere la testa. Non lo difende nessuno, tranne l’Unità. La notizia l’ha tirata fuori La Repubblica di Firenze, che insieme al Corriere locale è in prima linea per ricostruire l’intreccio. È così che si arriva al colpo di scena.
Roma, 6 dicembre 2008. È arrivato davanti alla sede di La Repubblica senza dir nulla a nessuno. Poi ha tirato fuori una catena d’acciaio, se l’è stretta intorno al piumino, si è legato per un’ora e 45. Questa incredibile impresa è sempre di Leonardo Domenici. Il sindaco ha querelato l'Espresso e La Repubblica per articoli sull'inchiesta che riguarda l’area di Castello. La goccia che ha fatto traboccare il vaso? Un titolo della cronaca: «Lo stadio al posto del parco, accordo a pranzo fin da giugno». In quel pranzo c’era pure lui. Al Corriere dice: «Lascio la politica».
Firenze, 16 maggio 2009. Ovviamente non lo ha fatto. Domenici ascolta il richiamo della foresta (forse si ricorda che non ha mai fatto altro che politica, nella sua vita) e si candida alle europee. Ma è debole, debolissimo. Quando legge una dichiarazione del deputato Lapo Pistelli che dice: «Non voto Domenici» va su tutte le furie. «Per concorrere ad una posizione di responsabilità occorrono sia amore per la funzione che empatia con gli elettori». Sottinteso, Domenici non ce l’ha. Il resto è storia di queste ore. Comunicati, proclami, le toppe di Franceschini, che prova a confermare la fiducia. Troppo tardi. La tegola finisce in testa a Matteo Renzi, l’uomo che aveva trionfato con una candidatura di rottura. Il morto - come in una immagine da favola horror - nel finale della storiaccia afferra i piedi dei vivi.