Il «Flauto magico» incanta il pubblico, meno la critica

Se Mozart mercoledì sera fosse stato nella platea del Carlo Felice, senza dubbio si sarebbe fatto una grassa risata. Ma anche un bel po' di sangue marcio. Vedere il suo «Flauto Magico» cantato in sei lingue diverse, interpretato secondo stilemi popolari differenti, attualizzato con ironiche arguzie può essere interessante e divertente: l'Orchestra di Piazza Vittorio è formata da elementi validi, eclettici, un gruppo affiatato dal punto di vista artistico ed esempio brillante di integrazione culturale.
Una macchia di colori e suoni variegati che inonda il palcoscenico, un fantastico dialogo fra tradizioni lontane. Ce ne fossero. Non è male allora prendere spunto dallo spartito originale, scegliere un tema, o magari un minuscolo frammento, e rielaborarlo, trasformarlo in modo curioso e piegarlo ad uno scopo «affettivo» particolare. Ben venga, quando è fatto ad arte; lo faceva Mozart stesso.
Ad esempio l'aria di Monostato, ripresa in arabo e piegata a melisma che bene riproduce un canto di sapore orientale; carina poi l'idea della scaletta ascendente di Papageno che diventa la suoneria di un telefonino; e belli anche i brani nuovi, propri dell'orchestra romana, che hanno messo in luce l'abilità dei singoli protagonisti e svelato il fascino di alcuni strumenti popolari, come la kora, i flauti andini o il cavaquinho brasiliano. Quello che invece non va bene è prendere l'aria vera e snaturarla, banalizzarla; o ancor peggio riutilizzarla pari pari, ma con tagli inammissibili, chiaramente per non affrontare i punti più spinosi della tecnica vocale. E questo vale in primis per la splendida aria di Pamina, ricca di elementi espressivi inviolabili, che qui invece diventa una banalissima canzonetta triste, senza identità; o ancora per le sublimi arie della Regina della Notte, svuotate di profondità e intensità espressiva. Cosa che fa intuire una certa superficialità di approccio allo spartito. Lasciamo in pace il belcanto, senza rischiare di cadere in errori grossolani: meglio la rielaborazione, più rispettosa di Mozart e più lusinghiera per questa orchestra. L'Orchestra di Piazza Vittorio non suona il Flauto Magico di Mozart, diversamente da quanto si legge in sovrimpressione alla fine dello spettacolo, bensì lo interpreta a modo suo. C'è una bella differenza, soprattutto perché non tutti conoscono l'originale. Belli i costumi (Ortensia De Francesco), e particolare l'idea di raccontare parte della storia attraverso le immagini (scene di Lino Fiorito); si è però sentita la mancanza dei sovratitoli (il testo è tradotto dal tedesco originale?) Teatro non pieno, ma pubblico soddisfatto, con applausi calorosi a fine serata.