La flessibilità retributiva fa salire la produttività

Le notizie degli ultimi giorni sul rincaro dei prezzi hanno riacceso i riflettori sulla questione salariale e, parallelamente, accelerato il dialogo, seppur informale, tra confindustria e sindacati sul tema della riforma della contrattazione collettiva. Sebbene per oltre cinquant'anni il contratto collettivo sia riuscito a garantire al lavoratore, e alla sua famiglia, una retribuzione tale da assicurargli un'esistenza libera e dignitosa, oggi non è più così. È cambiato il contesto economico di riferimento, il ruolo dello Stato nell'economia, le esigenze di un mondo produttivo sempre più esposto alla competizione internazionale.
L'accordo del 1993 ha previsto un doppio livello di contrattazione: uno nazionale, inderogabile, ed uno aziendale collegato all'andamento della produttività. Ne è scaturito un sistema per cui i contratti collettivi nazionali, dovendo assicurare l'uniformità del trattamento retributivo su un territorio nazionale tutt'altro che economicamente omogeneo, fissano salari normalmente bassi che, almeno in teoria, dovrebbero essere incrementati in sede di contrattazione integrativa aziendale.
Vero è, però, che ciò avviene solo nel 10% dei casi con la conseguenza che in nome dell'uniformità del trattamento retributivo e dell'ideologia vengono penalizzati i lavoratori delle piccole e medie imprese: l'asse portante del sistema imprenditoriale italiano. Se ciò non bastasse v'è un altro aspetto da considerare. Lo status quo non solo non tutela i lavoratori delle imprese più piccole che generalmente non applicano la contrattazione di secondo livello ma, non permettendo investimenti sul capitale umano e non favorisce la competitività del nostro sistema produttivo. Ecco spiegato, almeno in parte, il perché i nostri salari sono i più bassi d'europa, le imprese non reggono la competizione internazionale, i consumi non crescono e la conflittualità tra datori di lavoro e lavoratori ha raggiunto livelli ormai insostenibili.
Che fare allora per risolvere la questione salariale senza pregiudicare gli interessi dell'impresa? Qualunque soluzione si voglia adottare, il nodo centrale da sciogliere resta la produttività del lavoro e il passaggio da una politica sindacale conflittuale ad una logica di condivisione dei lavoratori alle sorti dell'impresa. Per questo, occorre puntare sulla principale tra le risorse economiche: il capitale umano, la voglia di lavorare, la creatività, l'inventiva e l'imprenditorialità dei lavoratori. Ciò significa, concretamente, fare due operazioni. In primo luogo, riformare la contrattazione abbandonando quell'idea secondo cui la giusta retribuzione può essere fissata solo a livello nazionale e non a livello territoriale o aziendale. In tal senso, fermo restando il doppio livello di contrattazione, occorrerebbe prevedere che il contratto collettivo nazionale pur continuando a determinare i livelli minimi di retribuzione sia derogabile, anche in negativo, in sede di contrattazione integrativa (regionale, provinciale o aziendale) in presenza di particolari esigenze del mondo produttivo, dei lavoratori o delle politiche di sviluppo locale. Significherebbe spostare il baricentro della contrattazione permettendo così a quella nazionale di fissare livelli retributivi decisamente più elevati, e a quella integrativa di dar vita a modelli sperimentali di assetto dei rapporti di lavoro diversi rispetto a quelli stabiliti nel contratto nazionale, maggiormente coerenti con le caratteristiche territoriali e capaci di realizzare effettivamente uno scambio virtuoso tra produttività e salario. Si tratterebbe, in altri termini, di dar vita ad un sistema di contrattazione capace non solo di ridistribuire, ma anche e soprattutto di creare nuova ricchezza e benessere attraverso una migliore allocazione delle risorse. In secondo luogo, superare il principio di omnicomprensività della retribuzione in sede di prelievo fiscale e previdenziale dando vita ad un sistema tributario (e ciò a maggior ragione in vista dell'attuazione del federalismo fiscale) capace di incentivare la produttività del lavoro attraverso un efficace sistema di sgravi ed agevolazioni fiscali.
Su queste tematiche e proposte, il think-tank cattolico-liberale Centro Tocqueville-Acton ha avviato nei giorni scorsi una serie di iniziative ed incontri di studio che hanno visto il coinvolgimento di sindacati e mondo politico. La questione salariale, infatti, può essere affrontata e risolta solo attraverso interventi strutturali sufficientemente lungimiranti, coerenti e condivisi.