Dal flop in Belgio al crac Olivetti vent’anni di grandi scivoloni

Paolo Stefanato

Era il 1988, 21 anni fa. Carlo De Benedetti, 54enne e pieno d’energia, scoprì - su suggerimento di un giovane consigliere, Alain Minc - una società quotata alla Borsa di Bruxelles, la Société Générale de Belgique, un gigante dormiente, un patrimonio colossale stratificato nei secoli. Dentro c’erano petrolio, energia, miniere, banche, assicurazioni, compagnie marittime, fabbriche d’armi: in tutto, oltre mille società. De Benedetti si lanciò in una scalata irruenta e sanguinosa e, pochi mesi dopo, in assemblea, dovette prendere atto della sconfitta: 51% contro il suo 49. Aveva vinto il vecchio potere conservativo del Belgio - di cui, si disse, la Sgb rappresentava un terzo della ricchezza - sostenuto dai cavalieri bianchi francesi. Fu una delle grandi avventure finanziarie europee del secolo scorso e infiammò gli animi non solo delle migliaia di azionisti, ma anche del pubblico, delle televisioni, dei rotocalchi. Il quesito che, nel tempo, assistendo al lungo, dignitoso, ma indiscutibile declino dell’Ingegnere, amici e avversari si sono posti, è semplice: che cosa sarebbe stato di quel gruppo se De Benedetti se ne fosse impadronito? Ma soprattutto: quale ruolo, quale primaria importanza, quale risalto mondiale sarebbe arriso a quello scalatore italiano vittorioso, che oggi invece si trastulla con una società semisconosciuta che si chiama M&C, che vale una misera briciola di quell’impero inespugnato?
La storia non si fa con i «se», sono i fatti a comporla. E i fatti di De Benedetti sono stati, nel suo lungo arco di attività, più sconfitte che vittorie; le vittorie sono state degne più di Pirro che di Napoleone. Dal Belgio uscì, sì, cedendo le azioni a un prezzo superiore a quello d’acquisto, ma dopo tre anni di opposizione e sbarramenti; e la strategia di conquista era sfumata. Egli stesso ammise ingenuità e arroganza in una battaglia che andava condotta con maggiore delicatezza: cantò vittoria troppo presto, quando possedeva soltanto il 15%; andò dal vecchio presidente comportandosi da vincitore e regalandogli una scatola di cioccolatini diventata famosa (nessuno ha mai accertato chi li mangiò: una segretaria? La figlia dell’autista? Andarono di traverso allo stesso René Lamy o finirono con diprezzo nel cestino?); sollecitando un accordo con i controscalatori di Suez pronunciò un’altra frase improvvida: «La ricreazione è finita».
Il nome di De Benedetti è legato a molte vicende finanziarie tinte di luci e di ombre. La sua fama di speculatore e la sua disinvolta abilità di giocatore di Borsa hanno sempre gettato sospetti di arricchimento anche là dove la sua figura sembrava uscire perdente: Olivetti, per esempio. Gli avversari lo accusarono di aver speculato lungamente al ribasso sul titolo, adoperandosi in prima persona per deprimerlo: così almeno venne interpretata la lunghissima discesa della quotazione negli anni Novanta. Olivetti, dove arrivò nel 1978 dopo 100 giorni alla Fiat e lo scontro con l’Avvocato, stava faticosamente trasformandosi da meccanica in elettronica, e lo proiettò tra i protagonisti dell’industria e della finanza italiana. In una prima lunga fase seppe gestire il cambiamento e ridare lustro allo storico marchio, ma poi si fece largo l’idea che questo avveniva anche grazie ai ripetuti ricorsi alla cassa integrazione, alle partite di computer (anche, si disse, difettosi) vendute alla pubblica amministrazione e all’introduzione per legge dei registratori di cassa. Il proponente di quest’ultima fu Bruno Visentini, allora ministro delle Finanze, che in precedenza era stato per lunghi anni presidente proprio dell’Olivetti, la società beneficata. Nonostante tutto questo, fu stimata in seimila miliardi di lire la ricchezza che con l’Olivetti andò bruciata. «Capii che in Europa non si potevano più fare computer» fu, successivamente, la lapidaria spiegazione dell’abbandono.
De Benedetti si rifece entrando in extremis nella telefonia mobile: il decreto di concessione fu firmato dall’allora presidente del Consiglio Ciampi proprio l’ultimo giorno del suo mandato, il 28 marzo 1994. Nasceva Omnitel, primo concorrente del monopolista Telecom-Tim: oggi, venduta da tempo a caro prezzo, è Vodafone.