Fondi pensione, dopo i decreti ecco alcuni consigli per la scelta

Consultare le strutture competenti: banca, gestore, assicurazione

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del 30 gennaio 2007 che disciplina la procedura corretta che il lavoratore dipendente privato dovrà seguire per esprimere la scelta su dove allocare il proprio trattamento di fine rapporto maturando. In allegato al decreto sono stati diffusi anche gli unici moduli ufficiali che i datori di lavoro dovranno utilizzare per raccogliere le decisioni dei dipendenti. Risolta una questione, vediamo di esaminare l’aspetto forse più delicato di tutta la riforma.
Un lavoratore che ha deciso di destinare il Tfr alla previdenza complementare, prima di comunicare tale scelta al datore di lavoro dovrà aderire a una forma previdenziale integrativa. Ma come fare a scegliere il fondo pensione più adatto alle proprie esigenze, evitando così di incappare nella rete di qualche venditore privo di scrupoli, mosso dall’unico intento di collocare fondi pensione per fare utili? La risposta non è certo semplice.
Innanzitutto calma, non c’è fretta. È una scelta che deve essere ben ponderata e per farlo è opportuno sfruttare buona parte dei quatto mesi che ci separano dalla scadenza del 30 giugno. Il primo consiglio è sicuramente quello di rivolgersi a strutture competenti, di fiducia, quali ad esempio la propria banca, promotore finanziario, compagnia di assicurazioni o meglio ancora consulente previdenziale senza però mai tralasciare l’arbitrio personale. Fidarsi di operatori specializzati è buona cosa, ma anche saper individuare le domande da fare o gli elementi da esaminare è altrettanto fondamentale. Vediamo che cosa è utile sapere.
Quale scelta?
Che cosa scegliere tra fondo di categoria, fondo pensione aperto o piano previdenziale integrativo assicurativo (Pip o Fip)? Il primo punto importante non è che cosa scegliere, ma che cosa il lavoratore potrebbe perdere se non opterà per il fondo di categoria. Infatti, in base all’attuale normativa, il lavoratore ha diritto a un contributo datoriale, cioè pagato dal datore di lavoro, se aderisce a una forma previdenziale collettiva disciplinata da accordi o contratti collettivi. Ad esempio, l’operaio metalmeccanico che scegliesse un’altra forma previdenziale al posto del Cometa (fondo pensione di settore) potrebbe perdere l’1,2% di contributo dovuto dalla propria azienda. Ovviamente il contributo è dovuto, a patto che anch’egli contribuisca con un contributo volontario di importo minimo stabilito. Quindi fondamentale risulta chiedere all’ufficio del personale della propria azienda se esiste un fondo di categoria per il proprio settore di attività, l’importo del contributo volontario e datoriale previsto, se l’azienda ha stipulato altri contratti collettivi o accordi plurisoggettivi su fondi pensione istituiti da banche o compagnie di assicurazioni e se eventualmente anche su questi è previsto un contributo datoriale e magari altri vantaggi (es. conto corrente a tasso agevolato o senza spese). Ma il solo diritto al contributo datoriale giustifica la scelta di un fondo pensione? Assolutamente no, certo è un forte incentivo, ma vi sono altri elementi che devono essere assolutamente ben chiari.
La nota informativa
Innanzitutto, è obbligatorio farsi rilasciare regolamento e nota informativa per tutte le forme pensionistiche complementari a cui si è interessati. In particolar modo nella nota informativa è presente la «scheda sintetica» redatta al fine di facilitare il confronto tra i vari prodotti previdenziali. Si compone di cinque parti, di cui le più importanti le sezioni «D-E» che riportano in sintesi le principali caratteristiche e i dati di rendimento e costi.
Gli investimenti
Anche il numero e la tipologia di linee di investimento (in gergo comparti) offerte dal fondo pensione o Pip devono essere esaminate con attenzione. Anche in questo caso la «scheda sintetica» corre in aiuto del lavoratore, presentando una semplice sintesi dei comparti offerti e delle caratteristiche della gestione. Assolutamente da evitare gli antiquati fondi pensione (soprattutto di categoria) definiti a «monocomparto», cioè con un’unica linea di gestione in cui vengono investiti i contributi degli aderenti indipendentemente dall’età, dagli anni di vita lavorativa residua e dal personale profilo di rischio-rendimento. È facile comprendere come una sola linea di gestione, usualmente bilanciata con bassa componente investita in titoli azionari, mal si sposi sia con le esigenze di performance del neoassunto diciottenne con davanti più di quarant’anni di vita lavorativa, sia con quelle di conversazione e garanzia del montante del sessantenne prossimo alla pensione. Quindi meglio optare per fondi pensione o Pip «multicomparto», con più linee di investimento diversificate in base ai diversi profili di rischio-rendimento e orizzonte temporale dell’aderente. Si va dal comparto azionario puro per gli aderenti con più alta propensione al rischio o maggiore orizzonte temporale a quello con garanzia di capitale o rendimento per gli aderenti over 55, magari passando per il bilanciato e il monetario.
Comparto garantito
Basilare anche la presenza di un comparto garantito, che possa garantire la somma dei contributi netti versati nel comparto, contro fluttuazioni negative dei mercati. Meglio ancora se in abbinamento al capitale garantito è offerta anche una garanzia di rendimento minimo annuo (di norma 1-2% annuo) o come in alcuni casi, un rendimento minimo annuo pari al tasso di inflazione registrato nell’anno precedente. Importante anche qui, esaminare con attenzione i casi in cui è riconosciuto il diritto alla garanzia; di solito per pensionamento, decesso, invalidità permanente e in occupazione per più di 48 mesi.
Il life-cycle
Sarà opportuno valutare anche l’esitenza di meccanismi automatici che riducono al minimo la possibilità di scelte di investimento errate, che potrebbero compromettere negli anni prossimi al pensionamento il patrimonio accumulato. Quali, ad esempio, i sistemi di life-cycle, cioè l’automatica riallocazione annuale del montante costituito, in base all’età raggiunta dall’aderente, che diminuiscono progressivamente il grado di rischio dell’investimento in relazione agli anni residui al pensionamento.
Aderendo al percorso life-cycle, l’iscritto vedrà gradualmente passare il montante accumulato dal comparto ad alto contenuto azionario a quello bilanciato, poi obbligazionario fino a quello garantito con il progressivo avvicinarsi all’età del pensionamento. Inutile dire che un meccanismo del genere è fortemente consigliato, a discapito di coloro che opteranno per strategie fai-da-te.
L’indicatore dei costi
Reperibile nella «scheda sintetica» (sezione D.6), è in sintesi un semplice esempio che permette di percepire immediatamente l’incidenza percentuale totale dei costi del fondo pensione sulla posizione maturata. È stimato per legge facendo riferimento a un aderente-tipo che versa un contributo annuo di 2.500 euro e ipotizzando un tasso di rendimento annuo del 4%; ovviamente ha una valenza meramente orientativa, ma è comunque un utile strumento per rendersi conto immediatamente se i costi della forma pensionistica complementare sono equi o sbilanciati verso l’alto. Il consiglio è quello di confrontare questo elemento tra i diversi fondi pensione che vi interessano.
I rendimenti passati
Presenti in forma gabellare nella «scheda sintetica» (sezione D.3). Premesso che i rendimenti passati non sono assolutamente indicativi di quelli futuri, possono però essere un buon indicatore per testare la bontà del gestore. Ovviamente serviranno anche a far comprendere, ad esempio, a un venticinquenne, che una linea garantita difficilmente potrà performare molto più del minimo garantito. Occhio alla colonna finale denominata «rendimento medio annuo composto», dà l’indicazione del rendimento annuo effettivo fino ad oggi conseguito nel comparto del fondo pensione.
La Covip
È buona cosa non aver fretta a scegliere il proprio fondo pensione. Infatti a breve la Covip renderà note le modalità di redazione del progetto esemplificativo di una forma previdenziale complementare. Il potenziale aderente potrà andare al proprio sportello bancario, dal proprio promotore finanziario o anche sul sito internet del fondo negoziale e inserendo i dati personali e contributivi ottenere una simulazione sulla possibile evoluzione della posizione individuale nel tempo e sull’importo delle prestazioni che potrebbe ottenere al momento del pensionamento. Nonostante si tratti di una mera proiezione, basata su ipotesi e dati stimati, il progetto è però utile per avere un’idea immediata del piano pensionistico che si sta costruendo e di come gli importi delle prestazioni possono variare al variare, ad esempio, della contribuzione, delle scelte di investimento, dei costi e così via. Richiedere più progetti esemplificativi con gli stessi valori di base, è sicuramente lo strumento più efficace per poter percepire l’incidenza dei costi e soprattutto per poter confrontare, a parità di montante, il differenziale di importo delle rendite vitalizie a scadenza.
Le polizze accessorie
Anche la presenza di differenti polizze accessorie al fondo pensione è un elemento che può far propendere la scelta per una forma previdenziale o un’altra. Soprattutto in abbinamento a molti Pip è facile trovare polizze dread-desease (contro il rischio di insorgenza di una malattia particolarmente grave che richiede costosi interventi chirurgici), long term care (contro i problemi economici dovuti alla perdita di autosufficienza per senescenza) o caso morte (che prevedono un capitale caso morte aggiuntivo a quello previsto dal fondo pensione). A questo punto è logico chiedersi fino a che punto è conveniente distogliere parte della contribuzione annua dallo scopo di integrazione previdenziale, tipico del fondo pensione, verso polizze assicurative con finalità di protezione. La scelta è personale. Valutate sempre se il costo giustifica l’eventuale prestazione futura.
Conclusioni
Sicuramente scegliere la forma previdenziale giusta non è semplice. I consigli sopra esposti abbinati alla professionalità di un buon consulente previdenziale possono aiutare a ridurre il rischio di scelte avventate. Ovviamente l’evoluzione della posizione pensionistica dovrà essere monitorata nell’arco degli anni, senza dimenticare che, in caso di insoddisfazione per servizio scadente, performance negative fortemente in controtendenza con il mercato o qualunque altro fattore, la normativa consente di trasferire la posizione dopo due anni di permanenza.
(6. Fine)