Da Forattini alle liste nere Rai Quando la censura è di sinistra

D’Alema chiese al vignettista 3 miliardi di danni, poi definì i giornalisti «jene dattilografe». Prodi diede l’ostracismo al Tg4 e adesso vuole chiudere i siti Internet che lo prendono in giro

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

Vuoi mettere la censura di sinistra? Quanto quella di destra è roboante e goffa, tanto questa è strategica ed efficace. Quella lenta, questa rock. E funziona anche dall’opposizione. Nel marzo di quest’anno, impedisce che la trasmissione Punto e a capo di Raidue trasmetta un servizio sugli sprechi di cinque Regioni, tra cui la Toscana. Il governatore Ds Claudio Martini chiama il presidente della Commissione di Vigilanza, il ds Claudio Petruccioli che telefona alla direzione generale. I Ds presentano un’interrogazione parlamentare. «Ho ricevuto pressioni inaudite per tutta la giornata», denuncia il conduttore Giovanni Masotti prima di arrendersi.
Gustavo Selva (giornalista, oggi deputato di An) ricorda l’ostracismo che subì nella Rai del 1992 il suo programma «La notte del comunismo»: «Fu dura farla accettare al Cda. E comunque i membri di area Pci chiesero e ottennero che, dopo la prima puntata, fosse relegato in terza serata».
Tutori indefessi della libertà di stampa, ma solo se la minacciano gli avversari. All’indomani della vittoria del 1996, Roberto Morrione, giornalista e responsabile della campagna elettorale dell’Ulivo, annuncia: «Alla Rai bisogna fare giustizia. Sì, giustizia è la parola giusta. Deve pagare chi ha distrutto la Rai, il gruppo dirigente che l’ha governata dal 1994». Segue lista di proscrizione. Morrione è ora direttore di RaiNews24.
Pochi mesi dopo, il premier Romano Prodi va in visita a New York. Una giornalista lo avvicina per una dichiarazione. Prodi si avvicina cortese. Lei si presenta: «Sono del Tg4». Lui scuote la testa e si dilegua nell’ascensore: «No, il Tg4 no. Ne ho avuto già abbastanza». Il direttore Emilio Fede mostra le immagini in tv: «Nessun capo del governo si sarebbe mai permesso di trattare così una giornalista».
Paladini della satira, purché non prenda in giro i compagni. Nel 1997, il direttore del Manifesto Valentino Parlato censura una vignetta di Vauro, ritenendola troppo offensiva nei confronti del segretario della Cgil, Sergio Cofferati. Due anni dopo, il premier D’Alema querela Forattini e chiede tre miliardi di lire di danni per la vignetta che lo ritrae intento a sbianchettare i nomi del dossier Mitrokhin. Forattini è costretto a lasciare La Repubblica dopo 23 anni. La querela sarà ritirata nel 2001. Qualche mese fa, Prodi ha chiesto la chiusura di due siti satirici che lo riguardano a mezzo raccomandata del suo avvocato.
Profeti della «schiena dritta», ma pronti a piegarla a chi alza la testa. Nel ’93, il segretario del Pds Achille Occhetto va a Lisbona all’Internazionale socialista. Sull’aereo ci sono due inviati del Giorno e della Stampa, che pubblicano le sue critiche ai pm di Mani pulite. Occhetto accusa le due testate di aver ordito «una provocazione ai danni del Pds». L’Ordine dei giornalisti apre un fascicolo.
Nel 1991, D’Alema querela Panorama e si sfoga: «Basta con queste storie sui politici: io accompagno mia figlia a scuola con una Fiat Tipo e vivo in 110 metri quadri». Ma quattro anni dopo l’inchiesta «Affittopoli» de il Giornale rivela che anche D’Alema beneficia di un appartamento pubblico a canone irrisorio. L’interessato, non potendo smentire, si accontenta di definire il direttore Vittorio Feltri «un mascalzone». Poi annuncerà in tv di voler rinunciare al privilegio. Nel 1997, il Pds celebra il suo congresso nazionale al Palaeur di Roma. I giornalisti sono tenuti lontani dai delegati e confinati in una specie di bunker. Fabrizio Rondolino, portavoce di D’Alema, suggerisce di provvedere. D’Alema gelido: «Si abitueranno».
Del resto l’opinione di D’Alema sulla categoria è tutta nella definizione «jene dattilografe». Nel 1997, si scatena contro il Corriere della Sera per gli articoli sulla sua strategia sindacale. Prima una smentita, poi un esposto all’ordine dei giornalisti in cui chiede sanzioni per i cronisti e il direttore Ferruccio de Bortoli, infine una querela con richiesta di risarcimento di due miliardi. De Bortoli risponde con un corsivo in prima pagina: paragona l’arroganza di D’Alema a quella di Craxi e lo accusa di avere «l’abitudine, quando legge qualcosa di sgradevole, di rivolgersi agli azionisti».
Di querele D’Alema se ne intende. Quando dirigeva l’Unità, ne prese una dal presidente del Consiglio Ciriaco De Mita per un articolo intitolato «De Mita si è arricchito con il terremoto». Interrogato dal Pm, rivendicò la paternità del titolo e «le ragioni della pubblicazione del servizio». Era il 1988.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it