LA FORMULA DELLA CRESCITA

Il catastrofismo economico non va più molto di moda. Ciò succede perché i dati del primo trimestre mostrano una robusta crescita del fatturato delle imprese (8,4%) trainata da una ripresa delle esportazioni. Tanti altri indicatori sostengono l'ipotesi che la crescita del Pil nazionale a fine 2006 potrà essere attorno all’1,5%. Tali dati provano che la politica economica negli ultimi cinque anni non ha compiuto errori depressivi ed ha facilitato la reazione delle aziende alla pesante crisi competitiva (2002-2004) dovuta al penalizzante cambio dell'euro ed all'impatto della concorrenza globale.
Ricapitoliamo. L'Istat ha rilasciato ieri il dato finale, depurato, sulla crescita del Pil nel 2005: lo 0,1%. Tutta l'eurozona è cresciuta appena dello 0,3% negli ultimi tre mesi del 2005, la Germania zero come noi, la Francia lo 0,2. Cosa che ci fa capire quanto i destini dell'economia italiana e di quella francese e tedesca - che insieme fanno circa il 75% del Pil dell'intera area euro - siano intrecciati. Da 15 anni l'Italia cresce circa la metà della media europea. In parte perché la sua economia informale, in «nero», non viene tutta riportata nei calcoli del Pil. In altra parte per mancanza di concorrenza, di un sufficiente numero di grandi industrie ad alta tecnologia e, soprattutto, per l'effetto depressivo dell'enorme debito pubblico e della stagnazione demografica. L'Europa continentale, peraltro, tende a crescere la metà di quanto fa mediamente l'economia statunitense. Ciò indica che nell'economia mondiale quella europea si trova in difficoltà a causa di un modello politico-sociale - presente in Francia, Germania ed Italia - che per distribuire ricchezza ne soffoca la creazione. Non è, attenzione, un Welfare State, modello pensato in lingua inglese/liberale proprio per ben bilanciare efficienza e solidarietà, ma l'erede del vecchio Stato nazionale-imperiale europeo (bismarckiano) dirigista e che offriva alla gente un premio di tutela in cambio della disponibilità a combattere. Lo Stato sociale europeo è ancora un contratto politico dove la popolazione vuole la garanzia non come opportunità di mercato, ma in forma di tutela pubblica. Ed è esattamente questa tradizione culturale che rende difficile sul piano del consenso riformare il modello bilanciando meglio creazione e distribuzione della ricchezza. I governi europei, con la moneta unica, si sono tolti la flessibilità di bilancio per finanziare il consenso al cambiamento. L'Italia si è quasi suicidata mantenendo sovrano il debito e cedendo la sovranità sui mezzi per ripagarlo. È ovvio che in queste condizioni, peggiorate da un cambio sfavorevole, l'Europa sia andata in stagnazione per rigidità allo scoppio della concorrenza globale. Come è ovvio che i governi si siano trovati una domanda sociale di più tutele nella crisi e non il consenso per le soluzioni. È quasi miracoloso che in tale situazione il governo italiano, con pochi strumenti sovrani residui, sia riuscito ad aumentare l'occupazione, mantenere le garanzie ed un decente equilibrio dei conti pubblici, a ridurre un po' le tasse e a non penalizzare le imprese. Ora queste ultime si sono adattate, dopo un tempo tecnico di apprendimento, al nuovo contesto e stanno ripartendo alla grande alzando finalmente il Pil. Ciò mostra il giusto modello di governo applicato: non forzare le riforme, ma tenendo salda la direzione riformatrice realizzandola gradualmente. Quello di sinistra, più tasse e nessun cambiamento, ci porterebbe invece al vero declino.
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