Le forti emozioni di una penna in rosa

La Casa Editrice De Ferrari sta ripubblicando una collana di romanzi e racconti a carattere investigativo con il titolo «Codice Giallo». Il secondo libro della serie è «Storie gialle rosa e nere», una selezione antologica, a cura di Riccardo Reim, tratta interamente dalla prolifica produzione letteraria di Carolina Invernizio, scrittrice dell'Ottocento.
La Invernizio fu, senza dubbio, un'innovatrice del modo di scrivere romanzi: desiderava far presa sul grande pubblico e questo, in un'epoca in cui l'alfabetizzazione era ancora assai scarsa fu di sicuro una encomiabile obiettivo. Per far sì che la lettura divenisse popolare bisognava però trovare ispirazione in vicende semplici, con sensazioni forti, melodrammatiche, che potessero lasciare poco spazio all'interpretazione o alla meditazione. Inoltre lo stile doveva essere semplice e diretto, quasi fumettistico. La scrittrice decise proprio di intraprendere questa via, pertanto chi si avvicinerà ai tredici racconti di questo libro non si aspetti nulla di particolarmente affascinante né originale sia dalle storie sia dallo stile letterario che addirittura è, in alcuni punti, infarcito di evidenti e grossolani errori grammaticali. La Invernizio non doveva di certo avere una grande cultura ma senz'altro era in lei una spregiudicatezza acritica che le consentì di rivolgersi, più di altri scrittori, alla gente semplice; i ricercatori di letture colte e raffinate, d'altronde, potevano già colmare i propri bisogni nella letteratura prodotta fino alla sua entrata in campo.
I suoi racconti sono colmi di anime perverse, peccati, tradimenti, orribili morti, sofferenze fisiche e morali, terribili vendette, in un turbinio di effetti spesso di cattivo gusto. Possono però offrire non poca materia di riflessione su quella che può essere una sua necessità personale di risolvere, attraverso l'esternalizzazione, i propri conflitti interiori fornendo, senza volerlo, anche un esempio delle nuove conoscenze sulle dinamiche mentali che, in quegli stessi anni, avrebbero visto il nascere e la diffusione delle teorie freudiane. Anche il senso religioso, che traspare in alcuni racconti di questa raccolta, non riecheggia di profondi sentimenti di fede, speranza e carità, ma sembra piuttosto presente in qualità di contesto sociale, del quale non si può fare a meno, ed è quindi trattato con la superficialità che si può riservare alla descrizione di usi e costumi dell'epoca; i personaggi inoltre vi si riferiscono con atteggiamenti prevalentemente di superstizione più che di sincera devozione.
Nella postfazione, Claudia Salvatori scrive: «Carolina riemerge, ritorna. Con le sue invenzioni, le sue emozioni, i suoi colpi di scena, le sue dark ladies che, punite o impunite, hanno spesso ragione (…). Godere della sua crudeltà, confessarlo tra le righe, mascherarsi e smascherarsi con l'abilità del consumato commediante, giocare con i peggiori istinti chiamando il pubblico a suo complice, e tramutando il veleno in armonia per proporre una soluzione positiva». Non c’è, in nessun passo della raccolta, il tentativo della scrittrice di «tramutare il veleno in armonia», né dalla stessa vengono cercate o proposte soluzioni per lenire le sofferenze umane ma, viceversa, il peggio per l'uomo, ed in particolare quando ciò riguarda un personaggio femminile, la vede sadicamente compiaciuta.
Il terzo millennio necessitava proprio di questa «riemersione»?