Forza Italia, la ricetta di Romani «Meno tv e leggiamo più libri»

Giancarlo Perna

Gambe già accavallate, pronto per l’intervista, il neo sottosegretario di Forza Italia alle Comunicazioni, Paolo Romani, consegna il Nokia alla collaboratrice e dice: «Ci sono solo per mia moglie».
La signora esce e io esclamo: «Moglie? La biografia ufficiale ti dice divorziato con un figlio!».
«Arretrata al ’94, la mia prima legislatura. Nel frattempo mi sono risposato e ho avuto una bimba», dice Romani. Al dito ha un’eloquente fede matrimoniale a forma di treccia, segno che stavolta l’unione è indissolubile.
«Sedere al dicastero della Comunicazione e avere una biografia non aggiornata, fa a pugni», dico e aggiungo con aria di mistero: «Ma forse sei condannato all’arretratezza».
«Che vuoi dire?», chiede sospettoso.
«Per avere dati su di te, ho digitato in Internet “Paolo Romani”. È apparso solo materiale su “san Paolo lettera ai Romani”, roba di duemila anni fa», rido. È la pura verità.
«Sono qui in carne e ossa. Chiedi e saprai», dice Romani, cinquantaseienne di bell’aspetto. Occhialetti da primo della classe, folta capigliatura biondo argentea, completo scuro per cene ad Arcore.
«Prima di Fi, cos’eri?».
«Liberale. Segretario dei giovani Pli di Livorno nel ’68».
«Non sei di Milano?».
«Sì. Ma mio padre lavorava a Livorno. Quando Jan Palach si bruciò a Praga, noi del Pli scendemmo per strada a manifestare. Duemila portuali comunisti inviperiti ci fecero neri a legnate».
«Cresciuto coi sacri testi?».
«Tutto Gobetti, tanto Croce. Altri tempi. Oggi, quelli di Fi sono tutta tv e pochi libri. Per loro, von Hayek, è una mezzala del Liverpool».
«Come sei finito tra questi lincei?», chiedo.
«Seppi che Berlusconi stava facendo un partito. “Ti interessa?”, mi chiese Roberto Cipriani di Publitalia. “Certo”. Così, parlammo un po’. Avrò azzeccato qualche congiuntivo, fatto sta che il mese dopo ero deputato. Un tram che passa una sola volta», dice soddisfatto Romani, un passato da giornalista tv.
«Sei amicone di Paolo Berlusconi, proprietario di questo giornale. Ti aspetti che ti titilli?».
«Paolo è mio testimone di nozze, però mai chiesto favori. So, per esserlo stato, che un editore deve rispettare gli umori dei giornalisti. Gli ho solo telefonato per complimentarmi del Giornale a colori».
«Anche il Cav è amico tuo. Da quando eri amministratore di Telelombardia?», chiedo.
«Lo invitavo da presidente del Milan nella trasmissione del grande Brera. Ma la conoscenza vera l’ho fatta in Parlamento».
Ogni tanto, il sottosegretario alza il ricevitore e chiede caffè e sigaretta, dando il via a un rito. La collaboratrice addetta al caffè resta finché Romani non beve il primo sorso. Se non fa una smorfia, esce beata. Un’altra è addetta alla sigaretta. Ne porta una di numero, avvolta in un kleenex come cosa preziosa. Lo straziante tentativo di fumare meno ha un risultato prossimo allo zero: ogni venti minuti ne sciroppa una.
«Ti hanno tolto il coordinamento di Fi in Lombardia. Avevi litigato con tutti!».
«Fi è un partito a più facce. Ho lottato perché non spadroneggiasse Cl capeggiata da Formigoni, lasciando invece che si esprimessero tutti».
«Mi sa che sei antipatico», dico col più bel sorriso.
«Mi dicono duro. Ma so ridere e prendermi in giro», dice serio.
«Sei altero».
«Non ho l’arroganza del potere. Al bar parlo volentieri lombardo coi vecchietti».
«Paternalismo patrizio».
«Sopravvivo al tuo sarcasmo».
«Hai litigato anche col sindaco di Milano, Albertini».
«Mediavo tra lui e Ombretta Colli, alla Provincia. Significava litigare con entrambi. Sono incompatibili tra loro e, spesso, anche con la politica».
«Vedi che sei odioso...».
«Per lui, Colli sbagliava tutto e si circondava di tipi discutibili. Lei reagiva. Io in mezzo. Chi mette pace, scontenta tutti».
«Com’è Albertini sindaco?».
«Ha sbagliato a definirsi un amministratore di condominio, anche solo per dirsi onesto. Milano è la capitale morale e merita più di un capo fabbricato».
«Cattivo sindaco?».
«Ha fatto cose buone, ma non da solo. Gli abbiamo dato una mano tutti. Un solo personaggio vola: Berlusconi. Gli altri non possono sentirsi unti dal Signore. Se prefigurando il sindaco di domani ne auspichiamo uno che faccia sognare Milano, significa che Albertini non lo ha fatto». Romani ci va giù di gusto. È il momento di prendere appunti.
Albertini, sistemato. Come successore, Confalonieri o Letizia Moratti?
«Adoro Fedele, ma ha già detto che non vuole. Moratti, per il nome che porta e per come lavora, è quella giusta per dare slancio a Milano. Garanzia suprema è l’investitura che le ha dato Berlusconi con tanto anticipo».
Hai litigato anche con quel sant’uomo di Formigoni.
«Non riesco ad allinearmi coi teocon. L’Italia è cattolica, ma ha votato per divorzio e aborto. Ho cercato di evitare che, nella Cdl lombarda, Formigoni si considerasse l’ombelico del mondo. Perciò sono stato contro la lista a suo nome».
Formigoni ha uguali ambizioni di Casini e Fini. Ha la stessa caratura?
«Nel deserto attuale di classe dirigente, è un’eccezione. Ha doti di leadership».
Se il Cav fa un passo indietro, chi della triade è il successore?
«Non ci sono solo loro. Il principale collaboratore del Cav è Gianni Letta».
In ogni caso, il Cav si è proclamato successore di se stesso.
«Bravo. Infatti, è l’unico leader. Se ne andrà solo dopo avere dato al Paese un bipolarismo vero».
Ma il partito unico è rinviato al dopo elezioni.
«No. Entro luglio si farà la Costituente che diventerà l’arena di confronti e liti tra alleati. Così, il governo ne resterà fuori e potrà lavorare».
Da premier, il Cav è stato all'altezza?
«In un Paese che parte dalla premessa che è inutile governarlo, almeno il tentativo è stato fatto. Per di più in un periodo terribile che non è finito: Londra insegna».
L’alleato più testone?
«Tutti hanno un incaponimento. L’Udc sgomita per arrivare all’8 per cento. La Lega alza la voce per tenersi l’elettorato, però è la più fedele. An ha un grave problema di leadership».
Follini ne ha le tasche piene del Cav.
«Pensa che Berlusconi sia un ostacolo alla vittoria. Sbaglia. Non sono fideista, ma ho del Cav una visione messianica. Ha la capacità di prendere una direzione improvvisa e solo poi si capisce che aveva ragione».
Un esempio?
«L’azzeramento delle cariche di Fi. Ha intuito che l’esperienza di Fi era agli sgoccioli e scoccava l’ora del partito unico della Cdl. Ha dato “il la” agli alleati: io annullo il mio, fate altrettanto voi».
Che pensi del Cav?
«Va conosciuto di persona. È un uomo di generosità immensa. Si preoccupa delle persone più oscure, grate poi in eterno».
Come laeder?
«Non dice subito cosa pensa. Ci usa come sparring partner mandandoci un po’ allo sbaraglio. Non è un decisionista, è un uditore. Per un anno non si è capito che avesse in testa. Poi è balzato fuori il partito unico».
Sei stato magna pars della legge tv. Hai agito da fiduciario della famiglia Berlusconi?
«Sono una persona perbene. Ho affetto per la famiglia, ma ho fatto ciò che mi convinceva. Pensavo fosse un delitto, come chiedeva l’opposizione, uccidere Mediaset. Anche se la Cdl non deve nulla alle sue tv, il grosso delle quali ci ha dato più botte che aiuto».
Con Malgara, il presidente Rai sembra trovato. Resta il direttore generale. Hai un candidato?
«Cattaneo ha lavorato bene, con risultati importanti».
Rientrano gli esiliati, Luttazzi, Santoro & co?
«Luttazzi faceva politica, non satira. Santoro è un eccellente professionista, ma nel 2001 aveva un compitino da svolgere: fare perdere la Cdl. È il Santoro militante che non vogliamo».
Che altro detesti in tv?
«Il livello è bassino. Sono nemico giurato dei reality. Il modello di un giovanotto che fuma sdraiato sul divano per un mese e diventa famoso, è devastante per i giovani. Mancano servizi onesti sui veri problemi: lavoro, Sud, ecc».
Il tuo attuale ministro, Landolfi, fa rimpiangere Gasparri?
«Landolfi è un gentiluomo napoletano col quale ho un rapporto eccellente. Ha grande apertura mentale. Poi, è interista come me».
Il magistrato ha speso 360 milioni di lire per pubblicare sul Corriere della Sera il rinvio a giudizio del Cav.
«Uso talebano dei soldi pubblici. Accanimento politico e basta».
Nel tuo piccolo hai anche tu un rinvio a giudizio come ex amministratore di un’emittente locale.
«Il pm Mapelli, uno tosto e di sinistra, aveva chiesto l’archiviazione. Un Gup ha voluto un approfondimento. Ho fiducia che finisca come chiede il Pm».
Nel 2006, la Cdl perderà per cappotto o ai punti?
«Il partito unico della libertà, o come si chiamerà, ha tutto per vincere. A due condizioni: che si faccia e che si abolisca la par condicio che impedisce di fare comunicazione autentica».
La sinistra è sicura di stravincere.
«Per ora, ha il mastice dell’antiberlusconismo. Li voglio vedere poi, con un 30 per cento di comunisti che ha passato la vita a combattere la democrazia occidentale».
Chi ti auguri alla guida dell’Ulivo, per batterlo?
«Prodi. È un uomo appassito, poco convincente. Non guida la Margherita, figurarsi l’Unione».
Se però Prodi vince, Paolo Romani che fa?
«La sua battaglia all’opposizione. Ma è stracerto che continuerà a farla nella maggioranza».