La fotografia (in negativo) di un amore

Che ogni romanzo sia una storia d'amore, è un'affermazione che potremmo accettare, nonostante la sua genericità, se diamo all'amore un senso lato, appunto generico (si può anche raccontare l'amore per un luogo, per una cosa, per la verità). Il punto, cioè la sostanza, che dà interesse a quella storia, è come la si racconta. Ogni storia d'amore è vera nella misura in cui si distingue da qualunque altra: quando l'amore smette d'essere generico, quindi d'essere appena un tema, per assumere una forma, che proprio nella misura della sua originalità si fa necessaria, e di conseguenza universale.

Il messicano Salvador Elizondo, in Farabeuf o la cronaca di un istante, un classico della letteratura latino-americana (uscì nel 1965 riscuotendo grande successo di pubblico e critica) che torna finalmente nelle librerie italiane per LiberAria con una nuova traduzione di Giulia Zavagna e con l'introduzione di Alessandro Roveggi, per narrare la storia di due amanti si serve di una tecnica fotografica. Non tanto, o non solo, istantanee che fermano i ricordi di una relazione, ma proprio facendoci entrare in una camera oscura, ovvero mostrandoci della storia l'immagine in negativo. Lo scrive più volte Elizondo: «l'oblio è più tenace della memoria». Eppure, non c'è parola più ricorrente, nel libro, di quella che si ripete come un mantra posto come un interrogativo: «ricordi?». Elizondo prova a raccontare una storia non per come questa è avvenuta, la nitidezza di un'immagine finita, ma cercando di ricostruirla attraverso delle congetture, calandosi in uno spazio d'oblio più che facendo emergere la memoria, rovesciandola, creando una logica necessariamente onirica ma non per questo falsa. «Forse tutto questo è un sogno. Un sogno dal quale non ci sveglieremo finché qualcuno, o qualcosa, non risponderà alla domanda che notte dopo notte ci poniamo: di chi è quel corpo che tanto amiamo?».

La meraviglia del libro di Elizondo è tutta in questa scoperta vertiginosa. La relazione degli amanti si regge su una doppia immagine che si moltiplica. Un uomo è un uomo quando colui o colei che lo ama conserva la sua immagine che quello vuole cancellare o ha già dimenticato. L'istante che va recuperato è il ricordo della nostra immagine che qualcuno ha amato ma che non siamo noi a conservare, ma l'altro. È nell'altro che l'ha amato, non già in se stesso, che l'uomo comincia a essere.