Franceschini batte Veltroni. E fa il record di autogol

Dall’adesione allo sciopero Cgil fino alla mancata stretta di mano col
premier a Onna: ecco tutti gli scivoloni che stanno seppellendo il Pd

Il Pd si prepara a congedare anche Dario Franceschini. Non bisognerà attendere le elezioni di giugno e le primarie di ottobre per dichiarare chiusa la breve stagione del vice di Veltroni. Il neo-segretario del Pd si è, come dicono a Roma, cappottato in parcheggio. Cioè ha fatto tutto da solo. Non è la solita maledizione del Pd, quel cupio dissolvi che porta il partito a spaccarsi alla vigilia di prove importanti. I primi mesi di Franceschini, infatti, sono stati accompagnati da una insolita pace interna finché il segretario non si è messo a fare politica da solo inanellando una serie impressionante di insuccessi da far impallidire la gestione Veltroni. L'ultimo, e il più clamoroso, il 25 aprile.
Doveva essergli sembrata una genialità sfidare Berlusconi sulla festa della Liberazione. L’assenza del Cavaliere dalle celebrazioni gli avrebbe assicurato due mesi di campagna elettorale antifascista. Eppure sarebbe bastato osservare le recenti prese di posizione di Berlusconi per capire che si era alla vigilia di una nuova svolta. (Se mi avesse telefonato glielo avrei detto io). È da mesi, dal dialogo con Veltroni in poi, che il Cavaliere ha cambiato registro e vestito i panni dello statista pacificatore. Berlusconi non è mai scontato, reagisce alle situazioni creando nuovi eventi. Invece Franceschini, pigramente, ha scommesso sul solito andazzo.
Il 25 aprile alla sinistra (e un po’ a Fini), il Cavaliere in Sardegna. Di qui la decisione di sfidarlo e di precederlo ad Onna. Il discorso di Berlusconi lo ha spiazzato e sono in tanti a rimproverare ora al segretario del Pd quella sfida maldestra. Ha sbagliato anche l’ultima mossa. Se fosse rimasto ad Onna e avesse stretto la mano di Berlusconi sarebbe stato al centro della scena che cambiava l’Italia. C’erano le condizioni per una foto storica. I due leader, la Resistenza, l’avvenuta pacificazione. Se n’è andato e ha perso una occasione.
In verità nessuno ha mai pensato che Franceschini fosse in grado di competere con il Cavaliere. Nessuno, tuttavia, si aspettava l’autogol. Da sabato in poi la situazione politica è nuovamente cambiata. Da un lato c’è un premier con il vento in poppa che non ne sbaglia una (compresa la geniale trovata di trasferire il G8 all’Aquila), dall’altra un partito che credeva di essere uscito dal periodo più buio e che si ritrova daccapo in mezzo al guado.
L’elenco delle sconfitte di Franceschini è impressionante. Ha cominciato strizzando l’occhio ai vecchi Ds con l’adesione allo sciopero della Cgil e ha scoperto di essersi messo contro tutta l’ex Margherita, la Cisl e la Uil. Ha imposto ai maggiorenti del partito di star fuori dalle liste europee e ha composto un elenco di candidati che stanno spingendo alla ribellione l’intera periferia. Nel Nord Ovest non accettano la candidatura di Cofferati, nel Nord est non vogliono Luigi Berlinguer, al centro provoca ironie quel David Sassoli al primo posto mentre resta fuori un dirigente del calibro di Bettini. Al sud i bassoliniani non sanno per chi votare. Se le liste veltroniane avevano sollevato scandalo, quelle di Franceschini stanno spingendo alla diserzione dal voto. Un personaggio simbolico della sinistra, il vignettista Sergio Staino, padre del mitico «Bobo», addirittura è sceso in campo al fianco di Vendola mentre numerosi intellettuali sono attratti da Di Pietro.
Più profonde le spaccature sul referendum. La decisione di votare «sì» a quesiti che se approvati darebbero al solo Pdl la maggioranza dei seggi parlamentari, sta provocando sconcerto fra quanti speravano in un atteggiamento più prudente. Rutelli ha detto chiaramente di essere in dissenso. È fallita anche l’ultima trovata propagandistica, quel treno di giovani in viaggio per le capitali europee che avrebbe dovuto dare a Franceschini l’imprinting della sinistra europea e che è finito, nel disinteresse generale, su un binario morto. È bastato che a Parigi il sindaco Delanoe accusasse Gianni Alemanno di essere un fascista per sollevare lo scandalo persino di Veltroni che si è affrettato, dopo 24 ore di silenzio di Franceschini, a smentire l’ex collega parigino. A questo punto la differenza fra le ultime settimane di Franceschini e le ultime di Veltroni è solo psicologica. Questa volta non c’è dramma. Il divorzio fra il segretario, il gruppo dirigente e la base del partito si consuma senza lacrime e senza passione. Il Pd sembra rassegnato ad uscir fuori dalla competizione. La partita della politica in Italia si gioca in un campo solo. Il centrosinistra si è arreso.