Franceschini verso la fuga C'è la coda per la poltrona

Il reggente Pd evita il faccia a faccia con Berlusconi e aspetta
l’esito dei ballottaggi per dire addio alla leadership. D’Alema punta su
Bersani e tesse le trame con Vendola e Casini. Rutelli
irritato pronto a lasciare

Roma - Francheschini non ne può più e prepara la grande fuga dalla segreteria. Il tam tam sul ritiro di Dario è incessante. Alcuni confermano questa intenzione, altri sostengono che Franceschini voglia allarmare il partito per vedere quanta gente sta con lui. Il segretario, intanto, sta evitando gli incontri pubblici, tranne quelli elettorali. Ieri non si è presentato a Santa Margherita Ligure, al convegno dei giovani imprenditori, evitando il faccia a faccia con Berlusconi. Fra due lunedì i ballottaggi rischiano di mettere la parola fine alla sua breve leadership del partito. Già ora i dati forniti dall’Istituto Cattaneo hanno reso meno accettabili le sue tranquillizzanti dichiarazioni post elettorali. Dei quattro milioni e mezzo di voti persi, quasi tre milioni si sono rifugiati nell’astensione rivelando quello che il Cattaneo definisce un vero crollo strutturale.

Franceschini come Veltroni? Il vicario di Walter attende che si completi il ciclo elettorale per annunciare l’addio. La sua vocazione di scrittore rischia di prevalere sull’ansia di fare politica. Palla al centro e si ricomincia. Il Pd invece non ha aspettato i risultati delle amministrative per licenziare il suo segretario pro-tempore. Fioccano le candidature. La più nota, ma clamorosa perché ribadita già all’indomani del voto, è quella di Pierluigi Bersani. Dopo aver mancato l’appuntamento del 2001, scavalcato da Fassino, questa volta il leader emiliano non vuole farsi sorprendere. Dietro di lui il grosso dei Ds e anche buona parte della Margherita. Il suo sponsor principale, ma anche l’uomo che gli può far perdere voti fra i «nuovisti», è Massimo D’Alema.

L’ex premier si muove con cautela. Chi lo conosce sa che non ha gradito la fretta di Bersani. D’Alema vede il rischio di una battaglia interna che può portare rapidamente all’esplosione del partito. Il suo raggio d’azione è larghissimo. Si muove nei confronti di Casini per acquisirlo ad un nuovo centrosinistra ma corteggia anche Vendola e i suoi, puniti dalla sconfitta del quorum mancato. D’Alema pensa che il peggio deve ancora arrivare e non nasconde anche una personale disponibilità a scendere in campo in prima persona. Il segretario gradito a D’Alema deve dare radici solide al Pd chiudendo definitivamente la pagina veltroniana. Ma D’Alema pensa anche che la crisi italiana possa chiamare il partito ad una assunzione di responsabilità in caso di «default» del governo. Per questo ha bisogno di un segretario senza tanti grilli per la testa e sposa Bersani pensando tuttavia a se stesso, ti pareva?, come l’uomo migliore per affrontare una stagione politica che prevede aspra e convulsa.

La grande fuga di Franceschini è sollecitata anche dalla mancata solidarietà di altre componenti del partito. Dalla sua solo Fassino, Bindi e Fioroni. Rutelli ha cominciato a mettere un piedino fuori dal Pd irritato dall’adesione al super gruppo socialista e democratico. Alcuni componenti della corrente rutelliana, fra cui l’ex sottosegretario Vernetti, mordono il freno per uscire. In campo è sceso anche l’uomo umiliato da Franceschini nella lotta per le candidature. Goffredo Bettini, ex rais di Roma, sta spingendo per la candidatura di Ignazio Marino, medico cattolico avversario dei teodem, che potrebbe fare il pieno dei consensi della corrente laica del Pd che raccoglie trasversalmente ex diessini ed ex margheritini. Persino il mite Realacci ha annunciato la propria disponibilità ad una candidatura che raccolga i voti ecologisti. Sullo sfondo il silenzio, inquietante per la componente dalemiana, di Veltroni che alcuni prevedono scenda in campo rumorosamente fra due settimane, così come farà Romano Prodi.

La balcanizzazione del Pd è già cominciata. E manca ancora al grande gioco autodistruttivo la mossa del cavallo della Repubblica che si sta preparando all’Opa finale sul partito. Chiederà a Franceschini di farsi da parte? In verità una Opa un po’ più piccola l’ha lanciata Giuliano Ferrara con la proposta del partitone unico che ha raccolto il consenso finora solo dei politologi e di Fausto Bertinotti. In questo quadro Franceschini ha capito che non ci sono le condizioni per una rielezione. Neppure il ticket con la giovane Serracchiani potrebbe dargli i voti necessari a superare l’ostilità dei concorrenti annunciati e di quelli, come Enrico Letta e Chiamparino, che sono pronti a scendere in campo in caso di avvitamento del partito.

L’unica possibilità che ha Franceschini di restare al suo posto è quella di un congelamento della battaglia interna. La tentazione si allarga in molte parti del Pd, soprattutto in chi teme che oggi le primarie, nel clima di universale scontento, possano portare a candidature mortali per la nomenclatura. Ma il congelamento può portare a soluzioni impreviste. Se i giochi vanno tenuti fermi è abbastanza probabile che il Pd si affidi alle mani esperte di Massimo D’Alema. Ogni piccolo movimento rischia di provocare lo squasso finale.