Friuli, 1976/Macerie numerate e fiducia nelle imprese In 8 anni tutto rinasce

Il modello da imitare. Venzone, distrutta al 90%, venne smontata pezzo per pezzo E nel ’98 ha resistito senza una crepa a un sisma del 7° grado

Là dove la terra trema, come in California o in Giappone, è un modello studiato nelle università. Perché la ricostruzione del Friuli ha funzionato e continua a funzionare. Come dimostrò a Pasqua del 1998, ventidue anni dopo il sisma del 6 maggio ’76: le case ricostruite a norma resistettero senza una crepa a una violenta sgroppata del 7° grado data da quella terra dura come la testa di chi la abita.
«In Abruzzo si può e si deve fare lo stesso, ricostruendo i paesi dov’erano e com’erano, rispettando l’identità di appartenenza della gente. Per carità, scongiuriamo la sciagura delle New Town e dei mega piani urbanistici». Parla, si infervora e si sgola, l’architetto Roberto Pirzio-Biroli, che di quel modello fu un protagonista - all’epoca era tecnico comunale e aveva 29 anni - progettando e portando a termine il gioiello indiscusso del miracolo friulano.
Un gioiello chiamato Venzone, borgo cintato da alte mura e con un duomo a Sant’Andrea Apostolo. Tutto giù, «macinato» dal sisma. Macerie che però furono numerate una a una, pietra per pietra, con uno smontaggio «razionale e ordinato, con deposito a lato, senza costi di discarica. Il che poi consentì, utilizzando gli elementi recuperati, anche il mantenimento del valore immobiliare». Poi ci fu il puntellamento degli spicchi murali sopravvissuti e il consolidamento delle case accanto a quelle crollate. Infine, via alla ricostruzione vera e propria. «Venzone era distrutta al 90%, ma l’abbiamo rimessa in piedi in otto anni, così com’era, duomo compreso, con criteri antisismici, a un costo al metro quadro, per le case, che risultò la metà rispetto a quelle dello Iacp - spiega l’architetto -. Un’intera frazione, Portis, una settantina di case, fu addirittura spostata in un punto diverso, più sicuro, d’accordo con la gente».
Pirzio-Biroli è uno di quegli italiani più profeti all’estero che in patria, come dimostra il suo curriculum di docenze, da Berkley a Potsdam, da Zurigo a Lubecca, fino alla cattedra odierna presso la Donau Universitat di Krems, in Austria. All’epoca applicò a Venzone e ad altri comuni un tipo di intervento già adottato in un altro centro, Santa Margherita del Groagno, creando i «cantieri simultanei di ricostruzione ambientale», definizione «quasi futurista, da Marinetti»: minuscole task force incaricate di realizzare non una singola casa, ma un intero isolato, con un unico progetto. La gestione fu affidata a 13 cooperative di proprietari presiedute (tutte meno una) da donne. «Nulla a che vedere con le coop rosse, con la sovrastruttura verticistica che le comanda, ma gruppi di individui liberi di agire».
E in tutto il Friuli la ricostruzione proseguì così, con testa, cuore e mani. Tre uomini ne furono gli artefici principali: il presidente della Regione, Antonio Comelli; il segretario alla Ricostruzione, l’ingegner Emanuele Chiavola; il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti: il Politico, il Tecnico e il Facilitatore. Dietro di loro, un popolo ricco di una cultura edilizia diffusa, che ricacciò in gola le lacrime gettandosi nel lavoro. E una classe politica locale che dimenticò le divisioni di bandiera. Qui, poi, ebbe luogo una rivoluzione amministrativa che mise al vertice i Comuni dando ai sindaci dignità di funzionari regionali, potere di firma compreso.
«Fu il primo esempio di federalismo ante litteram - racconta con orgoglio Adriano Biasutti, assessore alla Ricostruzione dal ’78 all’83 e poi presidente della Regione dall’84 al ’91. Così velocizzammo al massimo la ricostruzione, iniziata nel ’78 subito dopo l’emergenza. E il nostro slogan, “prima le aziende, poi le case, infine le chiese” si rivelò decisivo». Parola di democristiano doc. Perché per tutti i sette mesi necessari per montare i prefabbricati, furono portati ogni giorno al lavoro, avanti e indietro con i pullman dalle località balneari dove vivevano in albergo, operai e impiegati delle fabbriche danneggiate. Nei piazzali di molte di esse - chi scrive, allora giovane cronista, se lo ricorda ancora bene - le mogli dei cosiddetti «padroni», grembiule allacciato e maniche rimboccate, cucinavano per le maestranze in una mensa da campo. E la notte in roulotte, nel parcheggio, perché anche la loro casa era andata giù.