Una «fuga» che non porta bene: funzionò soltanto 2500 anni fa

di Giordano Bruno GuerriCerte suggestioni scolastiche si imprimono come un marchio a fuoco nella coscienza e non se ne vanno più. L’Aventino è un caso esemplare. Quant’era suggestiva quella storia, sentita sin dai banchi delle elementari: i plebei (poveri ma determinati a far valere i loro diritti), si ritirano sull’Aventino per opporsi ai patrizi (arroganti e gelosi del loro potere), che invece se ne stavano sul Palatino. Bianco e nero, Oriazi e Curiazi, guelfi e ghibellini, Bartali e Coppi, moltiplicati per mille dal fascino della storia romana e di quello delle lotte sociali, del riscatto degli umili contro i potenti. Al liceo apprendevamo anche che, secondo Plutarco, il nome Aventino veniva da ab avibus, dagli uccelli visti da Remo sulla vetta di quel colle: avvoltoi, mentre sul Palatino Romolo avrebbe visto sei aquile, segno di gloria. La spiegazione piaceva più di quelle, meno fascinose, di altri autori, come Varrone.
Il fascino della storia, e di queste storie, era ancora maggiore un secolo fa, quando quasi tutti gli uomini di potere avevano una formazione da liceo classico. Fu così che la «Secessione dell’Aventino» tornò d’attualità nel 1924, anno tragico della storia italiana. Mussolini, già al governo da quasi due anni con una coalizione che comprendeva anche liberali e popolari, aveva fatto varare una legge elettorale a lui favorevole e stravinse le elezioni, anche con l’uso della violenza, denunciata dal capo del Partito socialista italiano Giacomo Matteotti. Poco dopo Matteotti venne rapito da un gruppo di fascisti, picchiato e ucciso. Era il 10 giugno, data che si sarebbe rivelata sommamente infausta per il regime e per il Paese: 16 anni dopo, proprio quel giorno, l’Italia entrò in guerra. Tutt’oggi non si sa come fu la dinamica, se Mussolini fu il mandante, o se si fosse limitato a disporre di «dargli una lezione». Fatto è che i rapitori furono subito individuati come fascisti, anche vicini al Duce, e arrestati. Il 26 giugno i parlamentari dell’opposizione si riunirono in una sala di Montecitorio, poi divenuta la «Sala dell’Aventino», decisi a abbandonare i lavori per forzare la mano al governo. La decisione si rafforzò 16 agosto, quando il cadavere di Matteotti venne ritrovato, per caso.
Fu una scelta gravida di conseguenze. Mussolini, per mesi, rischiò di cadere, ogni giorno. Il fascismo perse appoggi e popolarità. Ma la secessione aventiniana fu debole e sterile, le opposizioni avrebbero avuto ben altra forza fronteggiando in Parlamento un capo del governo indebolito. Non accadde, insomma, quanto le reminiscenze scolastiche potevano far sperare. A fine anno il duce – messo di fronte a un aut-aut dei capi dello squadrismo – decise di rovesciare la partita annunciando l’adozione di leggi speciali che presto si sarebbero trasformate in dittatura. Il 3 gennaio pronunciò il celebre discorso alla Camera: «Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. (…) Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi». Poi denunciò l’Aventino come sedizioso e concluse: «State certi che entro quarantotto ore la situazione sarà chiarita su tutta l’area». E mantenne la parola.
Certo, è altamente improbabile che l’Aventino odierno porti alla nascita di una dittatura. Ma è altrettanto certo che la storia – se non ascoltata – non insegna niente. L’Aventino è una parola retorica, dopo i tempi di Menenio Agrippa, più o meno 2500 anni fa.