«Fummo noi di Lotta continua ad uccidere Luigi Calabresi»

Parla Roberto Sandalo, l’ex estremista che scontò 11 anni di carcere: «Sapevamo tutti che gli assassini del commissario erano tra di noi»

da Milano

Detesta la parola mistero. Anzi, la butta nel cestino della storia insieme all'armamentario ideologico e alle P38 impugnate negli anni Settanta dalla peggio gioventù. «A uccidere il commissario Calabresi fummo noi. Noi di Lotta continua». Roberto Sandalo è netto. Visionario, secondo gli ex di Lc che l’hanno querelato a più riprese. Affilato lo è sempre stato, in verità. Le sue deduzioni le consegnò già ai giudici di Torino dopo l'arresto nel 1980 e l'ammissione di aver partecipato alle bande di fuoco di Prima linea. Ma ora, ora che la grazia è sfumata e Adriano Sofri lotta solo contro la malattia in un letto d'ospedale, Sandalo torna a interrogarsi e a mettere in fila le tante confidenze ricevute negli anni di piombo dai compagni che sognavano la Rivoluzione.
Premette: «Il mio obiettivo è solo la verità. Chi sa deve parlare. Gli ex devono liberarsi di un segreto che non ha più ragion d'essere». Sandalo oggi è un uomo libero: i conti con il passato li ha chiusi con una condanna a 11 anni. Ha una famiglia e un lavoro, come libero professionista, ma vorrebbe a sua volta assistere alla confessione di quello che considera il peccato originale del terrorismo, il primo di una lunga scia di lutti.
Sandalo, perché torna a parlare del delitto Calabresi?
«Io sono entrato in Lotta continua a 15 anni, poche settimane prima dell'omicidio Calabresi. E ci sono rimasto fino allo scioglimento dell'organizzazione nel 1976. Bene, dentro il movimento tutti ci dicevamo che l'omicidio era maturato fra di noi. Era un dato pacifico».
I presunti responsabili inchiodati da Leonardo Marino negano ogni responsabilità.
«Ma senza quell'ammissione di colpa non si capisce un pezzo importante della nostra storia. In Lotta continua c'era una struttura illegale: armi, addestramento alla controguerriglia in montagna, rapine. Quel livello, chiamati I nuovi partigiani, gestì il delitto Calabresi».
Lei formula a buon mercato accuse pesantissime: le prove?
«Un attimo. Quella struttura, nel 1976, mise in piedi Prima linea. Io transitai quasi senza soluzione di continuità come molti altri da Lc a Prima linea. E quello che prima sapevo in linea generale mi fu spiegato dai compagni di lotta».
Non mi ha risposto.
«Settembre 1976. Mi esercitavo con pistole e armi lunghe in un improvvisato poligono di tiro, dentro una caverna a Crissolo, alle sorgenti del Po. Con me c'era Nicola Solimano, nome di battaglia Sandro, uno dei capi del Lavoro illegale, ovvero la rete segreta di Potere operaio».
Solimano le svelò com'era andata?
«Mi disse che fra le organizzazioni armate andava conteggiata anche Lc. Anzi, aggiunse che con il suo livello illegale aveva ucciso Calabresi. Al colloquio era presente anche Chicco Galmozzi, nome di battaglia Kid, comandante nazionale di Senza tregua, gruppo di transizione fra Lc, in particolare i fuoriusciti di Milano, Torino e Firenze, e Prima linea».
Una confidenza vale poco.
«Settembre 1977, Milano, corso Lodi, casa di Massimiliano Barbieri, detto il Brizzolato. Cenavamo insieme: lui, sua moglie, il sottoscritto, Marco Donat Cattin. Si discuteva di chi aveva cambiato strada e chi no perché aveva proseguito come noi dentro Prima linea. A un certo punto Barbieri mi spiegò: "Ci sono anche quelli del livello illegale di Lc, quelli che ammazzarono Calabresi". Prese dalla libreria un libro di Uliano Lucas sulla lotta armata a Milano, lo aprì a colpo sicuro, mi mostrò una foto, scattata a un corteo in cui era schierato il servizio d'ordine di Lc: "Vedi - furono le sue parole indicando con il dito uno dei ragazzi ritratti - quello è uno dei membri del commando, l'altro, il biondino con il capo reclinato a destra, è l'assassino di Calabresi».
Alt. La sua è un'affermazione gravissima che non ha mai trovato riscontro. E per di più lei è stato querelato proprio dal biondino di quella istantanea, peraltro indagato nel 1981 e poi prosciolto da ogni accusa.
«Io ho solo riportato quanto dettomi da Barbieri. E poi c'è una conferma».
Quale?
«Un giorno a casa di Sergio Martinelli fu ospitato il commando che aveva appena gambizzato un ingegnere della Philco. Robertino Rosso, già membro della segreteria di Lc a Milano, si guardò intorno e disse: "Se confrontano gli identikit dell'attentato di oggi con quelli di chi ha ucciso Calabresi siamo tutti rovinati"».
Chi aveva sparato all’ingegnere?
«Ciuff Ciuff, ancora oggi latitante, perché condannato all’ergastolo per l’omicidio Pedenovi».
Dunque, secondo lei, il delitto Calabresi maturò in Lc ma a portare a termine l'azione non furono Leonardo Marino e Ovidio Bompressi, condannato a 22 anni come esecutore materiale?
«Tanti, prima in Lc e poi in Prima linea, sapevano che il delitto era stato confezionato in casa. Ed è perfino banale aggiungere che a quell'azione, la prima in assoluto della lotta armata, parteciparono molte persone».
E’ quanto sostiene lo stesso Marino nel suo libro autobiografico «Così uccidemmo Calabresi».
«Per questo, proprio ora che a Sofri è stata negata la grazia, ripeto il mio invito: chi sa parli. Io quel che dovevo dire, lo dissi ai giudici nel 1980, ma stranamente le mie parole non furono prese in considerazione. Interessava, e molto, quando parlavo di Prima linea. Ma solo quello».
Forse perché lei attaccava Lc solo per sentito dire?
«Io so che furono trascurate le rivelazioni di 14 persone, da Mike Viscardi al fondatore delle Br Renato Curcio, che avevano puntato il dito contro il servizio d’ordine milanese di Lc. Perché? Perché quel lungo, impenetrabile silenzio?».