La fusione è un bene, però Fini mi ha delusa

La congiunzione di Alleanza Nazionale e Forza Italia nel Popolo della Libertà è una conquista della politica italiana e se e quando il nuovo partito riuscirà a correggere i propri difetti ed a stabilizzare le proprie regole diventerà un modello di partito al quale, gioco forza, tutti dovranno guardare. Se la politica è l'arte della «reductio ad unum», l'arte di coagulare su un'unica visione cento visioni diverse, bisogna riconoscere che Silvio Berlusconi è riuscito a fare quello che nessun leader della Repubblica italiana era mai riuscito a fare. Devo confessare la mia delusione verso Alleanza Nazionale.

Forza Italia era di gran lunga il partito più moderno e funzionante d'Italia, con il suo leaderismo e la massa dei coordinatori, ma con il difetto macroscopico di non avere un meccanismo di selezione della classe dirigente. Una mancanza, quest'ultima, particolarmente sentita nei luoghi lontani dal centro, con la conseguenza di una congenita debolezza sul piano amministrativo. Speravo che An, che si dice un partito di giovani e che vanta presenze sul territorio, portasse nel costituendo Pdl un'idea nuova, una proposta che colmasse le manchevolezze di Forza Italia. Ma non è stato così. Il Congresso di scioglimento di An ha mostrato un partito più fiero delle radici di Salò che non della prospettiva di diventare Popolo della Libertà e, quanto a proposte, appena qualche rimasticatura delle vecchie strutture dei partiti di una volta. Non mi ha persuaso nemmeno Gianfranco Fini, sebbene abbia parlato di futuro.

Fini ha avuto il merito di raddrizzare un Congresso ed un partito totalmente fuori centro, invitando tutti a dimenticare il passato ed a sciogliersi nel presente. Ha fatto giustizia di tutto il ciarpame delle «nostre radici», dell'essere «noi la destra», della doppia leadership. Ma quando ha parlato della costruzione del futuro partito della nazione e della sua futura leadership (elegantemente proiettata nei prossimi 10-15 anni, ma che di certo, nella speranza, prevede tempi più brevi) non ha saputo indicare che strumenti vecchi, logorati e dissacrati nell'opinione pubblica. Il sentimento politico oggi prevalente in Italia va verso un leader, un popolo, un governo che ne interpreti le esigenze. Occorre conciliare questa naturale, e giusta, semplificazione dell'opinione pubblica con la necessità della struttura democratica dello Stato e della vita democratica del Paese.

È chiara, evidente, la necessità di una riforma della Costituzione; ma Fini ha affidato la costruzione del partito della nazione ad una maggiore attenzione alla società; e la sua visibilità personale al ruolo di tutore del Parlamento, un istituto che non è un modello di funzionamento e di sicuro non gode di molti favori. Per quanto mi riguarda, mi accontenterei se il Congresso di nascita del Pdl istituzionalizzasse il carattere leaderistico del partito. È la premessa necessaria al presidenzialismo che è lo sbocco logico e naturale della situazione italiana, se eviterà crisi e involuzioni. Oggi possiamo sperare.