Fustigatori ma senza idee

Per provare a capire ciò che accade, il metodo è antico e non cambia. Esige due condizioni: la prima, chiede di non rinunciare mai a una riflessione storica sugli sviluppi dell’avventura umana; la seconda pretende il coraggio di non abdicare alle proprie idee per infilarsi in comode rendite di potere che questa o quella corporazione garantisce. Allora si può incominciare a capire, per esempio, come si formano, a destra e a sinistra, nuovi partiti.
Molti come me, da professori a scrittori... insomma da intellettuali, hanno partecipato ormai in tempi lontani, e oggi continuano a contribuire, alla vita politica italiana. E a nessuno può sfuggire, riflettendo sul passato, che, quanto accadeva nei partiti, non dipendeva da specifiche dinamiche interne ai partiti stessi, ma dal modo in cui determinati settori della società partecipavano alla vita dei partiti. Non sarebbe mai stato minimamente pensabile che un partito fosse una forma di organizzazione avulsa dai contesti sociali a cui si rivolgeva, non tanto nella fase elettorale, quanto e soprattutto durante la sua azione di governo o di opposizione.
Perché non dovrebbe essere così anche oggi? Perché si guarda adesso alla politica come a una faccenda tutta interna ai partiti?
Credo che proprio in questo modo di pensare ci siano quel disagio, quella disaffezione, quel sospetto che pervade i cittadini nei confronti della politica. Come ieri, così anche oggi i partiti non possono che nascere dalla società: e questo è un fatto chiaro come la luce del sole.
Ma, allora, non si tratta soltanto di criticare come i nuovi partiti saltino fuori da pure e semplici ingegnerie organizzative, ma di capire come oggi la società civile partecipi alla vita politica. Dunque, se è sacrosanto diffidare dei partiti che si formano attraverso tecniche tutte interne alla loro stessa struttura, è anche necessario interrogarsi su quale società abbia prodotto quella politica che genera questi partiti.
Se non si riflette sul modo in cui la società civile partecipa alla vita politica, è poi inutile alzare al cielo inni di dolore perché i partiti nascono come figli di semplici o fantasiose ingegnerie organizzative. Per esempio, cosa hanno fatto i gruppi industriali, i grandi giornali della borghesia quando nel 2005 si incominciò a parlare di partito unico del centrodestra? Niente. Non è venuta fuori una riflessione culturale su cui lavorare, non è stato sostenuto un dibattito di idee che timidamente era affiorato... Silenzio, si osservava e si aspettava, come se quello fosse un problema di semplice riorganizzazione partitica e non una questione fondamentale che riguardava settori decisivi della società.
Per esempio, governo Prodi: sostenuto nel nascere da grandi industriali e da grandi quotidiani, oggi è abbandonato da costoro senza che ci sia una benché minima valutazione critica dei motivi del passato sostegno e di quelli dell’attuale abbandono: cosa che consentirebbe un dibattito di idee, un confronto culturale, coinvolgendo tutti i punti di vista, liberali, progressisti, conservatori...
Questa società civile che si sveglia e critica i partiti nati dal niente è la prima responsabile della loro fecondazione artificiale. Si tirino pure cannonate contro di essi come fa il presidente di Confindustria Montezemolo. Ma poi? È cosa vana credere che i partiti cambino se stessi da se stessi. Non cambia nulla se la nostra società rimane organizzata in corporazioni, da quella dei magistrati a quella dei professori, da quella dei giornalisti a quella degli scrittori. E le corporazioni prosperano proprio perché si sottomettono felicemente ai partiti così come sono: ci si schiera, se il partito ti fa un favore, se appoggia il tuo gruppo di interesse. E infatti, rompere questo sistema corporativo, confrontarsi sulle idee liberamente, significa oggi perdere delle enormi rendite di potere.
Da tanta ipocrisia culturale, dalla paura di essere liberi, quali partiti possono nascere? La politica non è solo dei partiti, è anche della società: ma se questa società non è capace di dividersi, di far saltare il suo potere corporativo, e non ha il coraggio di confrontarsi su idee e valori che non possono essere conformisticamente gli stessi, allora non deve poi lamentarsi se i partiti nascono ignorandola.
Stefano Zecchi