Galateri di Genola, il «signore del biodiesel»

Esplode il biocarburante. È forte la dipendenza dai Paesi produttori di petrolio ed è anche forte l’emissione di gas che causano l’effetto serra. Quindi bisogna ricorrere a fonti alternative. E, per quanto in ritardo rispetto alle scelte di Bruxelles, anche l’Italia si mette in riga togliendo quei paletti, per lo più di carattere politico e giuridico, che finora ne hanno bloccato lo sviluppo.
L’intuito di Raul Gardini. Così la Finanziaria 2007 offre incentivi e impone l'obbligo di miscelazione del biodiesel con il gasolio. In linea cioè con le direttive comunitarie. E mentre l’Europa, con in testa Francia e Germania, punta proprio sul biodiesel, additivo del gasolio, gli Usa e il Brasile coprono il 90% della produzione mondiale di etanolo, un alcol prodotto dalla fermentazione di canna da zucchero, bietole e cereali vari. Insomma, commenta Marco Galateri di Genola, «Raul Gardini aveva visto giusto e con quindici anni di anticipo. Ma il guaio è proprio questo: troppo in anticipo...».
Occhi verdi striati di grigio, fisico asciutto, capelli corti quasi da militare, Marco rappresenta l’anima industriale della famiglia Galateri di Genola, originaria di Savigliano, in provincia di Cuneo, e attaccata visceralmente a quella zona da più di un millennio anche se in realtà molti dei suoi ultimi esponenti hanno poi vissuto altrove. Classe 1944, figlio di un generale di Corpo d’armata, Angelo Maria, che è stato anche comandante delle forze Nato del Sud-Europa, un fratello minore di tre anni, Gabriele, che è invece l’anima finanziaria della famiglia in quanto presidente di Mediobanca dopo essere maturato all’ombra degli Agnelli nell’Ifi e nell’Ifil, Marco è un piemontese cresciuto a Roma dove si laurea in ingegneria elettronica. Quindi fa l’ufficiale nell’aeronautica al Centro ricerche aerospaziali di Broglio occupandosi del lancio del satellite San Marco, per dieci anni lavora poi all’Italconsult, la società di ingegneria controllata dal gotha dell’industria italiana, da Montecatini a Finmeccanica, sino alla Fiat, finché nel 1980 approda a Milano alla guida della Ballestra. Ha solo 36 anni.
Fondata nel 1960 dall’ingegnere Mario Ballestra nei pressi dello scalo di Linate, è un’azienda che dice molto poco a chi non è addetto ai lavori. E invece è un’impresa molto nota e tecnologicamente avanzata già quando ci arriva Marco Galateri: progetta e realizza impianti per l’industria della produzione di tensioattivi e detergenti. Una media azienda che ha già venduto macchinari in molti Paesi tra cui Russia, Iraq, Arabia Saudita con un giro d’affari che non supera comunque i 6 miliardi di lire. Galateri diventa quindi responsabile di un’azienda che è già in corsa. Ma è grazie a lui che la Ballestra subisce un’accelerata molto robusta: invade la Cina realizzando una sessantina di impianti solamente negli anni Ottanta; acquisisce un’azienda di Busto Arsizio, la Mazzoni, leader mondiale nei macchinari per la produzione di sapone e glicerina; aumenta prima di 10 e poi di 20 volte il fatturato. Insomma, con Galateri la Ballestra, che utilizza tecnologie proprie ma anche di altri, ha un’impennata diventando leader mondiale negli impianti per la produzione di detersivi a base naturale, soprattutto olio di palma, e di tensioattivi. Ed entra nel settore degli impianti chimici. Il panorama cambia anche per Galateri: entra nell’azionariato dell’azienda a fianco della famiglia Ballestra. E questo spiega forse la sua lunga fedeltà più che ventennale.
La ricerca avanzata. Galateri è da sempre molto attento alla ricerca. E così, all’inizio degli anni Novanta, i suoi uomini mettono a punto nei laboratori di Milano la tecnologia per la produzione di biodiesel da olii e grassi naturali utilizzando un processo originale che ha un nome così complicato (transesterificazione) da renderne ancora più complicata la spiegazione. Galateri realizza, comunque, un primo prototipo a Umbertide, quindi, riconverte a Roma una società per realizzare impianti oleochimici e si allea con la Desmet, un’azienda belga complementare in quanto leader mondiale proprio nella fornitura di impianti per l’industria di olii e grassi animali. Insomma, giocano entrambi in casa.
Il boom imprevedibile. All’inizio, comunque, la produzione degli impianti di biodiesel segna il passo ma cambia ritmo allorché Bruxelles lascia briglia sciolta. A quel punto - siamo nel 2004 - la strategia di sviluppo nel biodiesel subisce un’accelerata e arrivano gli ordini degli impianti, più di 60 per una capacità di 7 milioni di tonnellate l’anno. «Un boom imprevedibile che rischiava di esplodere in mano», commenta Galateri. Così ha un’idea: dal momento che la Ballestra non ha filiali estere mentre le ha la Desmet, perché non creare un colosso fondendo le due società che sono sì entrambe leader ma tutto sommato in nicchie di mercato?
Un’operazione industriale molto valida. E infatti nasce il Db Group e cioè il gruppo Desmet-Ballestra con 700 dipendenti, 5.700 impianti installati, due centri di ricerca a Bruxelles e Milano, 17 tra filiali e società dislocate nel mondo. Una multinazionale che l’anno scorso ha avuto un fatturato di 310 milioni di euro con una previsione per il 2007 pari a 450 milioni, oltre la metà nei biocarburanti. Quindi il Db Group è il più grosso costruttore al mondo di impianti biodiesel. Oggi sono una settantina gli impianti in fase di realizzazione per una capacità di poco superiore ai 10 milioni di tonnellate l’anno, cioè il 40% della capacità mondiale. In Italia sarà operativo a metà del 2008 un impianto di 200 mila tonnellate in provincia di Pavia per conto della Oxem. E saranno presto in costruzione altri due impianti: per la Snia-Caffaro a Torviscosa e per la Sfir a S. Giorgio in Nogara.
Sposato con Umberta Travaglini, figlia dell'ex direttore generale della Paravia, padre di Barbara (poco più che trentenne e volontaria in Kenia per l’Amref), di Alessia che fa l’avvocato e di Elena che è assistente di diritto internazionale, Marco Galateri è già nonno di quattro nipoti, è un grande collezionista di libri antichi tra cui spicca «Un viaggio in Terra Santa» del 1520 ed è aperto alla solidarietà: collabora con la Fondazione milanese Francesca Rava in favore dell’infanzia disagiata e sta anche studiando una fabbrica di sapone ad Haiti. Ma cosa diventa nell’operazione Desmet-Ballestra? Rimane amministratore delegato della Db Italia che rappresenta il 30% del fatturato consolidato, affiancando in questa veste quello che è il maggiore azionista del gruppo, Dick Izmirlian, un finanziere armeno-svizzero-americano. Ed è a questo finanziere che nel dicembre 2006 vende la Ballestra. Solo che poco dopo, nel gennaio 2007, Dick Izmirlian vende tutto il gruppo alla Barclays private equity, un fondo inglese che opera dalla Francia. Curioso, davvero curioso...
L’azienda rurale in Piemonte. A questo punto Galateri guida la Db Italia solo come manager e non più anche come azionista (ha un contratto triennale), si occupa dell’azienda agricola di famiglia in Piemonte e delle iniziative di solidarietà. Soprattutto si guarda attorno. Già, perché nel 2006 ha ceduto anche la partecipazione detenuta nella Paravia Bruno Mondadori, una delle principali case editrici scolastiche. Così ora siede al vertice della finanziaria Sagittario di cui è socio con la famiglia Ballestra e la Fineurop e con un bel po’ di soldi che attendono di essere investiti in qualche nuova attività industriale. Perché, spiega, «voglio continuare a occuparmi di industrie».
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