Garlasco, i genitori tornano nella villa dell’orrore

Tolti i sigilli. La famiglia di Chiara Poggi rientra dopo 8 mesi nell’abitazione
teatro del delitto: "Ci abbiamo pensato a lungo. Vogliamo stare qui". E Alberto Stasi resta
ancora in silenzio

nostro inviato a Garlasco

Le macchine, i trattori, le biciclette. Duecentoventicinque giorni dopo quel 13 agosto, Garlasco è solo un puntino nella Pianura Padana. Le gemelle Cappa, i fotomontaggi, Fabrizio Corona con le sue fragorose iniziative, i talk show sul rebus Alberto Stasi, tutto sembra lontanissimo. In via Pascoli, in fondo al paese, una coppia si avvicina alla chetichella alla casa inquadrata decine di volte dai tg. La magistratura ha tolto i sigilli, l’abitazione non è più sotto sequestro. Mamma Rita e papà Giuseppe spingono il cancello di ferro tappezzato di biglietti d’augurio, per il ventisettesimo mancato compleanno, che ricordano gli ex voto, peluche, rose. «È dura - ammette lei - ma bisogna pur ricominciare». Sospira, ingoia le lacrime, tira fuori tutta la voce che ha: «Ci abbiamo pensato a lungo io, mio marito e mio figlio Marco, ma perché andare via? Siamo venuti qui nel ’95, quando Chiara era una ragazzina, e qui dobbiamo tornare, anche se non si cancella quel che è accaduto».
Dentro, per mesi, sono entrati solo carabinieri e magistratura, alla ricerca sempre più affannosa di una soluzione che sembrava a portata di mano e ancora non c’è. Dentro, il tempo è invecchiato male: le macchie di sangue, del sangue di Chiara che moriva, riempiono ancora il pavimento e la scala che porta alla taverna. «Le ho viste - sussurra all’uscita la mamma -, le ho viste ed è stato uno choc, ma ero preparata. Le laveremo via e ci terremo tutti i ricordi felici di nostra figlia, a cominciare dalla sua camera che ce la restituisce come uno specchio».
Il sangue resterà ancora a lungo l’ossessione degli investigatori che non credono al racconto di Stasi e vogliono capire come abbia potuto calpestare quella mattina, poco prima delle 14, quelle mattonelle senza sporcarsi le suole delle scarpe. I Poggi, in questi mesi, sono rimasti acquattati a Gropello Cairoli, nelle retrovie: «Abbiamo vissuto nella casa in cui sono cresciuta da bambina - spiega la signora Rita -, ma tutto ci riportava qua. Io ho ripreso il mio lavoro al municipio di Gropello, mio marito quello di operaio, nostro figlio si è iscritto a ingegneria informatica, che altro dovevamo fare?».
Anche Alberto ha ripreso i fili dell’esistenza precedente, si è laureato in economia, un settimanale ha perfino immortalato il sorriso con cui esorcizzava il destino in compagnia di sfolgoranti amiche in un locale sui Navigli a Milano. La villa di famiglia, costruita come un fortino all’altro capo del paese, è deserta. Al suono del campanello, risponde solo l’abbaiare nervoso del doberman. Il padre di Alberto, Nicola, è come sempre nel suo negozio di autoricambi e come sempre è ruvido: «La sua visita - dice al telefonino - sarebbe sgradita, il momento in cui parlare non è ancora arrivato, ma arriverà».
Garlasco è tornata ai ritmi della provincia: quell’impasto di rassegnazione e euforia che segna chi vive in un recinto troppo piccolo per contenere sogni e aspirazioni. Allora, la scorsa estate, il tappo saltò sotto la pressione dei taccuini e delle telecamere; ora il fondale non luccica più, lontano dagli intrecci perversi fra cronaca nera e gossip, fra realtà e reality di quelle settimane. Stefania Cappa, gli occhi scintillanti di sempre, sgattaiola fuori dalla porta finestra della sua villetta, scivola veloce sul prato ben curato, ma non apre più il cancello. Saluta cortesemente il giornalista e se la cava con una frase-cartolina: «Abbiamo passato tutte le feste insieme, noi Cappa e i genitori di Chiara, andiamo insieme al cimitero tutti i sabati, ci aiutiamo. Per il resto, silenzio». Tace ancora prima che la madre, uscita di corsa come una chioccia, la recuperi e la riporti in casa.
L’abitazione di Marco Panzarasa, l’ennesima villetta in un paese dove le villette sono i funghi del benessere, è inespugnabile. Marco, l’amico più caro di Alberto che con lui condivise il viaggio a Londra a fine luglio, vuole restare lontano dai riflettori: «Non abbiamo niente da dire».
Marta Piazzon, frettolosamente ribattezzata l’amica del cuore di Chiara, si confida invece per la prima volta: «La mattina del 13 agosto ho portato fuori il cane e sono arrivata a cento metri dalla casa dei Poggi. Era l’una e mezzo, mi guardavo intorno e mi dicevo: “Non c’è anima viva. L’unica qua sono io”. Poi è scoppiato il finimondo». Gli occhi azzurri sono velati di scetticismo: «Hanno indagato, ma non hanno trovato nulla di decisivo. Questa storia resta un rompicapo. Chiara era, ai tempi del liceo, prima di fidanzarsi con Alberto, la mia migliore amica. Una ragazza timida, precisa, meticolosa, per nulla appariscente. E Alberto era Chiara al maschile: si erano trovati. Io preferisco pensare che Chiara abbia aperto la porta per dare da mangiare ai gatti e qualcuno sia entrato a sua insaputa. Un mistero».
Le ultime indagini sono affidate come le prime al microscopio: si va alla caccia del dna dell’assassino partendo dal ciuffo di capelli ritrovato nella mano destra della ragazza. Sette capelli per arrivare a quella soluzione che non c’è. «Noi per ora - conclude la mamma di Chiara - pensiamo solo a riprenderci almeno le nostre vite».