Gelmini: "Meno prof, ma pagati per i risultati"

Il ministro dell'Istruzione e la riforma: dal maestro unico, che "consentirà di ampliare il tempo pieno", al voto in condotta. Poi attacca: "La scuola non sarà più ammortizzatore sociale"

Cernobbio - Non c’è bisogno di essere il generale von Clausewitz per sapere che la migliore difesa è l’attacco. E allora eccola, l’esile e determinata ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, sfidare i sindacati facendo ondeggiare la coda di cavallo: «Meno insegnanti ma pagati meglio, è finito il tempo in cui le aule erano considerate ammortizzatori sociali». Gelmini non cerca il loro consenso, anche perché è convinta che siano tra i principali responsabili dello sfascio: «Ho ereditato una situazione difficile a causa dei sindacati». Avanti con il maestro unico, ma anche con il tempo pieno: «Aumenterà del 50%, proprio grazie alle risorse umane rese disponibili dal maestro unico».

Il segretario Cgil, Guglielmo Epifani, è a pochi metri da lei nel giardino di Villa d’Este a Cernobbio, sede dell’annuale convegno Ambrosetti. Gelmini lo affronta a colpi di frasi direttissime: «Per troppi anni alcuni sindacati e molti governi hanno ribaltato la funzione della scuola, che è fatta per gli studenti e non per dare stipendi agli insegnanti».
I conti del ministero raccontano che su 43 miliardi di euro stanziati per l’istruzione («non mi sembrano pochi, spendiamo più degli altri Paesi europei») il 97 per cento è destinato a pagare stipendi. I dipendenti sono più di un milione e 300mila. «Troppi, la scuola non è uno stipendificio» arringa, pronta a incassare quel che infatti arriva, e cioè la minaccia di «un autunno caldo» di scioperi. Rassicura: «Il governo è disponibile e felice di accogliere proposte, ma non è più l’epoca dei veti sindacali che hanno portato pochi risultati anche a insegnanti e direttori scolastici, tra i meno pagati d’Europa». E quindi: «Basta ricatti, basta veti incrociati. Non transigeremo sulla Finanziaria. Cominciamo a spendere bene quel che c’è».

Pasionaria di un «governo rivoluzionario» nella restaurazione del «buonsenso». L’educazione civica torna tra i banchi e i numeri sostituiscono le chiacchiere: «Con i voti è tutto chiaro: un cinque è un cinque, un sette è un sette, i giudizi serviranno a motivare». E poi il «voto in condotta per punire i bulli» e le divise «perché a scuola serve ordine e disciplina». Novità in arrivo anche per le retribuzioni dei professori: «Modificheremo status giuridico e reclutamento degli insegnanti. La carriera non può andare avanti solo per anzianità, è necessaria una base di stipendio fisso e una parte variabile in base ai risultati».

Gelmini difende il suo maestro unico. «Il 70% degli italiani è d’accordo, perché i contribuenti devono pagare in tasse il triplo dei soldi se al posto di tre maestri ne basta uno, se al posto di quattro bidelli ne bastano tre?». Arriva il rinforzo entusiastico del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: «Vi siete mai chiesti perché nelle scuole dove i ricchi mandano i propri figli c’è il maestro unico?».
Gelmini parla alla pancia delle famiglie, che si trovano con servizi scadenti perché le risorse vengono buttate in «stipendi non necessari» e così «laboratori e strutture sono fatiscenti, l’edilizia scolastica è arretrata». Invece «la scuola è per gli studenti, non un luogo dove si butta denaro pubblico». Cita Umberto Bossi quando dice che «questo è un governo rivoluzionario». E se chiudi gli occhi sembra quasi di sentire Brunetta mentre lei si rivolge ai migliori tra gli insegnanti nel nome della meritocrazia: «La qualità non dipende dai soldi spesi né dal numero delle ore. Seguire queste logiche ha portato gli insegnanti ad avere stipendi da fame».

Contrattacca anche sul suo esame da avvocato, sostenuto a Reggio Calabria invece che in Lombardia. La bordata le è arrivata da Walter Veltroni, diplomato in cinematografia, e lei la rimanda al mittente: «Non mi pare che lui abbia un curriculum scolastico per cui possa dare lezioni. Io sono orgogliosa del mio: ho preso buoni voti alla maturità e alla laurea e ho sostenuto un esame di abilitazione perfettamente regolare. Quando feci l’esame non c’era un sistema meritocratico, passavano prevalentemente i figli degli avvocati e coloro che facevano pratica nei grandi studi». Conclusione: «Quell’esperienza dimostra la correttezza della battaglia che sto facendo». L’anno scolastico oggi inizia col botto.