La "Generazione F", dal Muro di Berlino ai paninari

Esce oggi in libreria Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989 (ed. Rizzoli, pagine 170, euro 16), di Gianfranco Fini. Nel saggio di cui pubblichiamo ampi stralci, il presidente della Camerasi rivolge ai ventennidi oggi, la prima generazione ad avervissuto davvero in un'epoca di libertà e democrazia. Secondo Fini sono loro che, alleati in un nuovo patto generazionale, hanno il compito di raccogliere e vincere le nuove sfide, che vanno dall’immigrazione alla cittadinanza, dalla bioetica all’identità nazionale.


La "Generazione F"
Care ragazze e cari ragazzi dell’89, meritate una lunga lettera perché in questo 2009 avete vissuto o state per vivere un compleanno speciale. Direi specialissimo, visto che compite vent’anni. Il motivo di questa lettera aperta è semplice. Il vostro compleanno coincide con un anniversario molto, molto importante: vent’anni fa, mentre voi emettevate i primi vagiti, cadeva il Muro di Berlino. (...) Se ho scritto questo libro, è per contribuire a rendere strategica per tutti la vostra ansia verso il futuro, in modo particolare per le istituzioni e per la politica che devono farlo per se stesse.
Ecco, il punto è proprio questo: deve affermarsi l’idea che la vostra è la Generazione strategica, o, se preferite, la Generazione Futuro, Generazione F. Vi piace l’idea? Su di voi devono investire l’Italia e l’Europa. (...) Il domani infatti non appartiene soltanto ai giovani come voi, ma a tutta la società, a tutte le generazioni. Quella nel futuro deve essere una fede comune. Se così non fosse, perderemmo tutti il gusto e la voglia di progredire e di inseguire una vita migliore. C’è una bella frase di Pierre Teilhard de Chardin che la vostra famiglia, come tutte le famiglie europee, dovrebbe fare propria, per ripeterla magari nei momenti difficili: «Il futuro appartiene a coloro che trasmettono alla prossima generazione motivi per sperare».

Dai Pink Floyd ai paninari
Il segno di un mutamento possibile nella mentalità dei giovani venne nel 1979, quando uscì un album dei Pink Floyd, «The Wall», il Muro. Il gruppo britannico non parlava di politica, né tantomeno parlava di Berlino. Parlava dell’incomunicabilità tra gli esseri umani. Però quell’album ricordò che nella vita di tutti esisteva un «Muro». «Soli, o a coppie / Quelli che davvero ti amano / Camminano su e giù fuori dal muro.» Quel disco fu un successo in tutta Europa e ottenne consensi straordinari soprattutto in Germania. E saranno proprio i giovani berlinesi a chiedere alla band di esibirsi nel 1990 nella città riunificata, a suggello della libertà da poco conquistata.
È in quegli anni, gli anni Ottanta, che fa la sua comparsa una nuova leva di giovani, diversa dalla precedente. I sociologi la chiamano «Generazione X», composta dai fratellini più piccoli della mia generazione, o, se preferite, gli zii più giovani della vostra. «X» stava per «senza identità», «invisibili», un po’ come se fossero gli «X-files» della storia.
Sono stati definiti in questo modo – potenza dello stereotipo mediatico – perché, come ragazzi, sarebbero stati apatici, un po’ cinici, poco inclini a seguire i sogni rivoluzionari e palingenetici dei «baby boomers». In Italia vennero chiamati «paninari», perché avevano l’abitudine di riunirsi in branchi, con il «vespone» e il piumino della Moncler, davanti ai McDonald’s.
Ritengo che quella generazione sia stata bistrattata e denigrata ingiustamente, perché, in realtà, la cosiddetta «Generazione X» è quella che ha aperto concretamente la strada alla libertà. È stata la forza d’urto del nuovo mondo alle porte. Sono stati principalmente quei ragazzi a picconare, anche in senso letterale, il Muro di Berlino. Sono stati loro a tradurre in costume di massa, istintivamente e «selvaticamente» il definitivo tramonto delle ideologie. Lo hanno fatto magari senza una sofisticata cultura storica e politica. Ma, quello che conta, è che hanno sperimentato nella loro vita quotidiana, nelle loro abitudini e nella loro musica, l’insensatezza del dividere, discriminare e finanche uccidere gli esseri umani sulla base delle loro scelte politiche.
Il muro più alto di incomunicabilità tra le persone appariva proprio quello dell’ideologia. In questo senso, The Wall può essere considerato davvero la colonna sonora di un decennio di grandi cambiamenti.

Il "patriottismo costituzionale"
Le ideologie si sono dissolte, ma di esse qualcosa è rimasto, sotto forma di un pulviscolo tossico che continua a produrre ostilità, in forme infinitamente più blande del passato, ma comunque capaci di produrre divisioni artificiose. È una nebbia sottile che altera il dibattito tra le forze politiche e non permette di distinguere con la necessaria nitidezza le questioni su cui è giusto e legittimo dividersi rispetto a quelle su cui è necessario convergere con una volontà comune. E la più importante non c’è dubbio che sia la questione del rinnovamento istituzionale. Perché il cambiamento delle regole riguarda tutti, non solo una parte. Perché la Costituzione segna il perimetro della casa comune degli italiani. Perché è necessario riscoprire il patriottismo costituzionale come valore che cementa la coesione sociale non meno che quella politica.

Laicità e "Stato etico"
Talvolta la politica è anche sorprendente. Non si interroga ad esempio abbastanza sul come frenare le morti sulla strada o le morti bianche nei luoghi di lavoro, poi però pretende di avocare a sé il diritto tremendo e assoluto di decidere della vita e della morte delle persone in stato vegetativo irreversibile, laddove sarebbe più giusto affidarsi alla volontà dell’essere umano che vi è direttamente coinvolto. Così l’opinione pubblica italiana ha assistito, attonita, al repentino passaggio dall’«ipopolitica» (cioè il deficit nel governo dei grandi processi sociali) alla «biopolitica», cioè quella del discorso politico che è «ormai discorso sulla vita», con il potere politico che si fa «potere di vita, cioè biopotere», come ha osservato Carlo Galli.

Che cos’è una nazione?
Ma che cos’è una nazione, potremmo dire riecheggiando Ernest Renan? La nazione è la comunità storica che si afferma come comunità politica. Non basta la storia a fare la nazione, né bastano la lingua, i costumi, il comune retaggio morale e culturale. Né il territorio, che è il luogo fisico. Né la patria, che è il luogo del sentimento. Né il popolo, che è l’identità comune tra le generazioni storiche. Né tantomeno basta la popolazione. La nazione è l’insieme di tutte queste cose che si esprime in una volontà politica. Non c’è nazione senza la volontà di esserlo. La nazione è un «plebiscito che si rinnova tutti i giorni» diceva Renan. È la percezione di un comune destino, un percorso che non è scritto negli astri ma nella volontà di condividerlo. Come tale, la nazione è un progetto in evoluzione continua; è sempre e non è mai. È una comunità politica in cammino e unita da un vincolo solidale. La nazione può anche conoscere momenti di eclisse. Accade quando il vincolo solidale si indebolisce e gli obiettivi comuni si fanno incerti. Oppure quando prevale la discordia e i conflitti si esasperano.

Immigrati e cittadinanza
L’integrazione è cosa ben diversa dall’assimilazione, che non rispetta l’immigrato nella sua identità di origine e punta a omologarlo nella cultura dominante del Paese che lo accoglie. Ma non favorisce l’integrazione neanche l’errore opposto, quello di un certo multiculturalismo ingenuo e dogmatico che punta a congelare lo straniero nella propria identità. Tale atteggiamento può anche nascondere in sé il retropensiero, autodenigratorio, che la nostra cultura sia per lo straniero stesso un fattore di contaminazione e di aggressione. Il pericolo è quello di produrre alla fine un «melting pot» fatto di enclaves etniche chiuse e autoreferenziali. Il modello da evitare è la cosiddetta Londonistan (...).
Una vera integrazione può essere favorita da una nuova legge sulla cittadinanza, destinata ovviamente a quegli immigrati che si sentano realmente coinvolti nella vita della nostra società; penso in particolare a quei bambini che già studiano nelle nostre scuole. I minori stranieri sono 868 mila. Di questi, ben 520 mila sono nati in Italia. Occorre già da oggi preparare il loro futuro di nuovi italiani. Anche il voto alle elezioni amministrative potrebbe promuovere l’integrazione, ma solo nella prospettiva della nuova cittadinanza e se è chiaro il principio che ai diritti corrispondono i doveri.