Il genio dei «Labronici» pittori senza confini

Da Puccini a Ghiglia e Nomellini, un gruppo di «solitari» proiettò Livorno al centro dell'arte di inizio '900. Con belle visioni. E un po' di anarchia

di Vittorio Sgarbi

Sembra una beffa; ma se pensiamo alle città della Toscana nei secoli d'oro della pittura italiana, Firenze, Siena, Pisa, Lucca, Arezzo, sono protagoniste durante tutti i secoli. Ma nel Novecento, imprevista, è Livorno.

Dopo anni di cupi silenzi, di rimbrotti, di anarchia, in una notte di luglio del 1920, si riuniscono artisti con idee e storie diverse; Gino Romiti, Renato Natali, Corrado Michelacci, Beppe Guzzi, Ferruccio Rontini, Adriano Baracchini, e anche Ulvi Liegi, Giovanni Lomi, Plinio Nomellini. Sono un gruppo, un movimento, quasi un partito. Ma già nel secolo precedente, Livorno era stata protagonista in Toscana. Giovanni Fattori, livornese, si forma, bensì, a Firenze, da dove, con l'Unità d'Italia, si fa pittore militare e pittore del Risorgimento. Di un'Italia diversa da quella, nella lingua e nel pensiero, pre-unitaria. Fattori è con Diego Martelli al Caffè Michelangelo a Firenze quando nasce il movimento dei Macchiaioli, e lo ritrova a Castiglioncello, dopo il 1867, per meglio vedere la campagna maremmana. Livorno, pigra, occhieggia, mentre, da Firenze, Gioli, Cannicci, Ferroni arrivano a Castiglioncello, e sembrano delimitare un nuovo territorio della pittura.

Tutto ha inizio con la morte di Mario Puccini, pittore tormentato, disturbato e curioso, sofisticato, estremo interprete di Fattori. Al Caffè Bardi, a Livorno, lo rimpiangono gli amici Benvenuto Benvenuti, Oscar Ghiglia, Llewelyn Lloyd, Giovanni March, Giovanni Bartolena. Puccini, morendo, definisce la coscienza del Gruppo Labronico. Nei suoi momenti migliori Puccini è vicino agli espressionisti tedeschi, e gli si attribuisce l'emblematica definizione di «Van Gogh livornese». La morte di Puccini è l'inizio della storia dei pittori labronici che assumono come impegno di inumare la salma del pittore nel Famedio di Montenero. La vicenda artistica e umana incompiuta di Puccini è l'occasione per gli artisti della «branca», che frequentavano il Caffè Bardi di Livorno, di ufficializzare l'esperienza vissuta fino a quel momento all'interno del caffè come una forma di associazionismo preesistente. Era arrivato il momento di essere riconosciuti come parte attiva della vita cittadina, tutti raccolti intorno alla memoria di Puccini.

A Livorno è la morte che consolida: «La vita è un dono, dei pochi ai molti, di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno». Sono parole di Amedeo Modigliani che era partito da Livorno nel 1906 per vivere e lavorare a Parigi, ed era, anche lui, come Puccini, morto nel 1920, qualche mese prima.

Una coincidenza con diverse reazioni. Puccini rappresentava la fine di una storia iniziata da Fattori; Modigliani una storia nuova e senza collegamenti con il passato, senza continuità con la consacrata tradizione macchiaiola. L'uno vicino, l'altro lontano, l'uno immerso nel paesaggio della Maremma, l'altro senza radici, in dialogo soltanto con la propria anima.

Scrive Alessandra Rontini: «Sia Modigliani sia Puccini hanno una vita drammatica, ed entrambi soffrono di problemi esistenziali, soffrono di solitudine e si sentono incompresi; ma il popolo livornese, alla loro scomparsa, si sente legato maggiormente al secondo, e semmai avessero dovuto prendere le parti di qualcuno, avrebbero preferito sicuramente Puccini a Modigliani». Da questa contraddizione nasce una storia che si fa tradizione senza un passato e senza un futuro. Livorno esprime una lingua artistica che non è antica e non è moderna. Così è difficile definire, pur nella novità del linguaggio, Ulvi Liegi, Plinio Nomellini, lo stesso Renato Natali, un incompreso Hopper italiano.

Il Gruppo Labronico si proietta in avanti, vive isolato, non si misura con il cronigramma dell'arte contemporanea, con i movimenti che caratterizzano il Novecento, ignorando le Avanguardie, il ritorno all'ordine, l'Astrattismo. La sua è una storia diversa e parallela. Gino Romiti, che fu presidente del gruppo dal 1943 al 1967, impresse al sodalizio artistico un'impronta tradizionale, fuori del tempo, ancora nel solco degli insegnamenti, non classificabili, del primo maestro labronico Giovanni Fattori. Visionaria, onirica, inclassificabile, era stata anche l'esperienza di Benvenuto Benvenuti; originale, esterna ma non ignara delle Avanguardie, la ricerca di Oscar Ghiglia; intensa ed espressiva, come quella di Guttuso, ma senza ideologia, la pittura di Giovanni Bartolena. I livornesi sono individui, fuori del gruppo anche quando costituiscono un gruppo: un gruppo di diversi, solitari, irriducibili. Tutti insieme erano come i labronici a Livorno; isolati, disperati, come fu Modigliani a Parigi. Moderni, curiosi, parigini, a Livorno, erano i componenti, anarchici, del gruppo. Livornese, a Parigi, senza rapporti con nessuno, Modigliani.