«Genitori al timone: insegnare la normalità»

Una, due, tre telefonate: non è facile rintracciare don Chino Pezzoli, per tutti «il don Chino». Il sacerdote che da trent’anni si occupa del recupero di tossicodipendenti e alcolizzati ha giornate che cominciamo la mattina presto e finiscono la sera tardi. Ci sono 30 strutture, tra comunità e centri d’ascolto da gestire in tutta Italia, e attualmente 510 ragazzi da seguire, «con una lista d’attesa lunga così», dice. Lo troviamo nella sede della Fondazione Promozione Umana, a San Giuliano Milanese, a sud di Milano. È in Lombardia che si sono concentrati gli sforzi di don Chino per avviare comunità di recupero: a San Giuliano, San Donato, Sant'Angelo Lodigiano e poi nella Bergamasca e nel Pavese. Classe 1935, bergamasco di Leffe, è uno tosto don Chino. Ha appena pubblicato il suo nuovo libro, «Genitori al timone», edito dalla Fondazione Promozione Umana, e lo presenta oggi a una festa di Natale con i suoi ragazzi e le loro famiglie (all’Hotel Crowne Plaza di San Donato, ore 14): parteciperanno tra gli altri il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega alla Famiglia, l’assessore comunale ai Servizi Sociali Mariolina Moioli e il direttore del Giornale Vittorio Feltri.
Don Chino, il suo libro è rivolto ai genitori. Perché?
«Vedo una famiglia piena di paure, priva di risorse. Non è stata educata ad educare, spesso non è preparata ad affrontare le sfide di ogni giorno».
I genitori devono riprendersi il timone?
«In ogni famiglia è necessaria l’autorevolezza dei genitori: questi non possono lasciarsi sovrastare dai figli, devono prendere loro il timone, indicare loro la via, essere loro da guida».
Il suo libro è una raccolta di dialoghi con diversi genitori: pone più domande che risposte.
«Negli ultimi quattro anni ho visitato molte famiglie, la lezione arriva da loro più che dalle mie parole perché sono i papà e le mamme che devono rispondere in prima persona alle domande educative».
Non ha sorvolato su argomenti scomodi: le famiglie mononucleari, i genitori gay…
«Le chiamo famiglie sregolate, bisogna affrontare anche questa realtà, proporre anche a loro un timone».
Non ha risparmiato nemmeno i media.
«Sono molto preoccupato della cosiddetta “dieta mediatica” di oggi: fin dalla prima infanzia si crea un impianto virtuale nel cervello dei bambini, che presto disimparano a percepire gli oggetti attraverso il tatto, il gusto, l’odorato. Tutto si apprende per immagini, mentre i bambini hanno bisogno del ciò, del qui e ora, non del virtuale».
Che conseguenze possono esserci?
«Se solo le immagini sanno catturare l’Io profondo del bambino, avremo ragazzi sempre più passivi ed esposti alle droghe eccitative, perché l'accumulo di immagini a livello profondo stimola il tentativo di riattivare quelle stesse immagini attraverso le sostanze».
Rimedi?
«Servono regole: non più di mezz’ora di cartoni al giorno per un bambino, non più di un’ora e mezza tra Internet e tv per gli adolescenti».
Anche nelle sue comunità la dieta mediatica è essenziale: c’è chi vi critica per l’eccessivo rigore.
«Niente tv, solo il telegiornale, niente musica con l’Ipod, niente telefonino: sono le prime regole. I ragazzi hanno bisogno di purificarsi».
Quali sono le dipendenze oggi più frequenti tra i giovani delle sue comunità?
«L’alcool e la cocaina, che è la droga dei bulli, quella che gonfia il narcisismo e ti brucia il cervello. Poi arriva l’eroina, come sedativo o analgesico alla vita. Il primo anno in comunità è durissimo: i ragazzi sono “blindati”, guardati a vista altrimenti scappano via. La forza delle nostre comunità è negli operatori: ex tossici guariti e trasformati in educatori a loro volta».
Quali sono le percentuali di recupero?
«Non mi stancherò mai di dirlo: l’unica via per uscire dalla droga è la comunità. Nei ragazzi che seguono il programma (3 anni in comunità, ndr) abbiamo l'88% di possibilità di recupero. Dobbiamo insegnare ai giovani il fascino della normalità».