Genova all’avanguardia nel nucleare ma le centrali le fa in Cina e Romania

Adinolfi: «L’Ansaldo è costretta ad importare ingegneri»

Genova può definirsi ancora Capitale del Nucleare? Nel capoluogo ligure ha sede una delle poche aziende italiane rimaste ad occuparsi ancora di energia nucleare. Si tratta dell'Ansaldo Nucleare, azienda di Finmeccanica, divenuta società indipendente dal 2005 e che in questi ultimi anni ha visto un proprio rafforzamento, anche grazie alla buona riuscita di una serie di importanti progetti. Ovviamente parliamo di mercati esteri, ove si concentra il 90% del fatturato dell'azienda. Per rispondere alla domanda posta in apertura e per osservare più da vicino quanto sta compiendo Ansaldo Nucleare, abbiamo intervistato l'amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi.
Quali sono i progetti di punta di cui si sta attualmente occupando Ansaldo Nucleare?
«Il progetto più prestigioso in cui siamo coinvolti è la realizzazione di un impianto di ultimissima generazione: l'AP 1000. Si tratta di un reattore più avanzato e ancora più sicuro degli attuali standard realizzati nel mondo. Lo costruiremo in Cina e, successivamente, è probabile anche negli Stati Uniti. Sono 15 anni che ci lavoriamo, grazie alla collaborazione con la società americana Westinghouse».
Quale è stato il vostro contributo in questo progetto?
«Abbiamo progettato alcuni sistemi e componenti dell'impianto, in particolare uno scambiatore di calore atto a rimuovere il calore residuo dal nocciolo (trattasi di tecnologia volta alla sicurezza dell'impianto, n.d.r.) e il contenitore metallico che lo isola dall'ambiente esterno, ossia l'ultima barriera contro il rilascio all'esterno di materiale radioattivo qualora vi fosse un incidente».
E come viene quantificata la probabilità di un simile incidente? È possibile che avvenga?
«La sicurezza nell'AP 1000 è basata sul moderno principio della “sicurezza passiva” con cui sono realizzati tutti i moderni impianti. Rispondo dunque che, in linea di principio, un incidente grave risulta considerato alla stregua di un evento raro o di un evento impossibile. Concretamente lo standard di sicurezza richiesto è che il danneggiamento al nocciolo del reattore (il più grave dei danni possibili ad un reattore, n.d.r.) sia inferiore ad un evento ogni 100 mila anni. L'AP 1000 da noi realizzato è stato progettato con una soglia ancora più bassa: un evento ogni milione di anni».
Come sono ottenute queste probabilità così basse?
«Fin dal momento della progettazione la sicurezza viene messa alla base di tutto, seguendo le strette direttive delle autorità preposte di ogni Paese. In seguito alla progettazione vengono eseguite delle verifiche di due tipi: probabilistiche, da parte del progettista, e deterministiche, da parte dell'autorità di sicurezza».
Insomma ci dice che le tecniche per valutare la sicurezza di un impianto nucleare sono assolutamente affidabili?
«Queste tecniche sono nate proprio in ambito nucleare ed è da qui che si è sviluppata una cultura della verifica della sicurezza. Ed ora essa è adottata anche in altri settori dell'industria».
Tornando ai progetti che state realizzando, oltre all'AP1000 vi occupate di altre centrali nucleari?
«Operiamo su diversi fronti a livello Europeo. A settembre 2007 abbiamo consegnato la seconda unità della centrale di Cernavoda in Romania. Lì stiamo continuando la nostra attività sia per l'assistenza e l'esercizio degli impianti, sia per lo sviluppo di un progetto ulteriore: le unità III e IV. Siamo inoltre attivi in numerosi paesi dell'Est (Ucraina, Lituania, Russia) con interventi migliorativi di impianti nucleari più vecchi».
Per quel che riguarda l'Italia, ossia quel piccolo 10% del fatturato, dove operate?
«In Italia la nostra attività riguarda il decomissioning, ossia lo smantellamento delle ex centrali nucleari presenti sul nostro territorio (Caorso, Trino e Garigliano)».
Non dovrebbero essere state già smantellate da tempo?
«Il decomissioning è lento a decollare completamente. Ci sono state molte difficoltà per processi autorizzativi. Occorre trovare siti per depositi di materiali scarsamente contaminati ma che vanno conservati per una cinquantina d'anni e, al solito, nessuno vuole tali siti sotto casa propria».
Insomma ci sono state lentezze per implementare il programma. Ma in concreto a che punto siamo?
«Le ex centrali italiane sono state tenute ferme e potenzialmente pronte a ripartire fino al 1999. Quindi è stata creata la SOGIN, società volta a smantellare in tempi brevi tali centrali, ma poi hanno avuto le difficoltà che dicevo».
Che si intende con «tempi brevi»?
«20 anni inizialmente. Ora sono diventati sicuramente di più».
E chi paga tutto questo lavoro di decomissioning? È un costo elevato?
«Il decomissioning costa abbastanza e non è una voce trascurabile rispetto al costo iniziale di una centrale nucleare. In Europa c'è un fondo vincolato volto a questo fine, in cui confluiscono una parte dei ricavati delle centrali nucleari in funzione. Per una centrale che svolga il suo intero ciclo di attività, l'incidenza è limitata all'1% del costo KWatt/h».
Ma nel caso dell'Italia, dove le centrali sono state spente prima di terminare la loro vita utile?
«Per l'Italia la percentuale, purtroppo, è ben differente. E siccome la SOGIN non aveva i fondi adeguati per portare avanti il lavoro di decomissioning, è stato introdotto un prelievo di fondi dal costo del KWatt/h: è l'addizionale che gli italiani pagano nella bolletta della luce».
Qualcuno adduce questi costi come un motivo contro il nucleare … come lo smentisce?
«L'addizionale pagata dagli italiani è soltanto una conseguenza diretta dell'arresto anticipato delle centrali nucleari».
L'Ansaldo Nucleare si occupa anche di ricerca? Partecipate anche voi al progetto di Generation IV?
«Ansaldo ha iniziato a lavorare alle centrali di generazione IV (attualmente sono realizzate quelle di terza generazione o, al limite di generazione III+, come il nuovissimo AP 1000, n.d.r.) in anticipo rispetto ad altri Paesi. Ci sono vari progetti in fase di studio; noi ci stiamo occupando dei cosiddetti “reattori veloci al piombo”, sfruttando il fatto che in questo campo Ansaldo ha una esperienza di lunga data, a partire dalla centrale di Superphenix realizzata in Francia».
Veniamo al punto critico del nucleare. Le scorie. Si era parlato in passato di un progetto di Rubbia per il loro smaltimento… a che punto è?
«Il bruciatore di attinidi di Rubbia è stato sviluppato anche da noi in collaborazione con l'ENEA: dovrebbe poter bruciare in larga misura le scorie nucleari residue a lunga vita e trasformarle in prodotti che decadono molto più rapidamente. La sua fattibilità è in fase di studio, in particolare è in via di realizzazione un impianto sperimentale in Belgio. Vi stiamo lavorando anche noi».
Quali sono le tempistiche?
«Le stesse di Generation IV. Chi parla di 10-15 anni illude. Per progetti di questo tipo si avranno le prime centrali non prima del 2025».
Vede possibile il ritorno del nucleare in Italia?
«La domanda compete a chi in Italia è responsabile della pianificazione energetica. Noi costruiamo centrali dove ce le chiedono. Tuttavia vuole la nostra valutazione oggettiva? Mettere in piedi in Italia un sistema complesso (progettazione, sicurezza, logistica, ecc) come è una centrale nucleare richiede uno sforzo non indifferente. Si parte ma poi c'è il rischio di non arrivare».
Che dovrebbe fare allora l'Italia?
«Per l'Italia meglio forse avviare una valida organizzazione e strutture adeguate volte alla ricerca e allo sviluppo di impianti da realizzare in giro per il mondo, in Paesi già abituati a lavorare col Nucleare».
Non le sembra strano di lavorare per l'estero e non realizzare mai nulla per l'Italia? All'estero non le muovono mai questa critica?
«È all'ordine del giorno! All'estero partiamo con l'handicap, sempre. Cerchiiamo tuttavia di avviare collaborazioni per farci conoscere. Quella con la Westinghouse, ad esempio, si è rivelata molto proficua, ma ci sono voluti decenni di rapporti prima di avere un lavoro».
Il rapporto con Genova come si è configurato negli anni?
«La scelta di Ansaldo, a seguito del referendum, di mantenerci in vita è stata una scelta lungimirante che va scritta a merito. Il rapporto con Genova è perciò rimasto sempre fortemente radicato. Genova è stata la culla dell'ingegneria nucleare negli anni '70 e '80 e da allora i nucleari si sono concentrati qui».
Potrà Genova tornare dunque ad essere Capitale del Nucleare?
«L'Ansaldo Nucleare lo vuole, bisogna chiedersi se anche la città e la regione lo vogliono. In caso affermativo, dovranno fare qualcosa perché possa esserci un beneficio comune».
A che cosa pensa in concreto? Cosa si aspetta da Genova?
«Penso allo sviluppo della ricerca scientifica in questo settore da parti di enti come l'INFN e l'IIT; alla formazione di tecnici per supportarci e, soprattutto, alla possibilità di avere ingegneri nucleari liguri. Oggi a Genova non esiste la facoltà di Ingegneria nucleare!».
Dunque assumete da fuori Genova?
«Sì, siamo costretti a rivolgerci a Milano, Pisa, Torino e Roma. Ma anche queste facoltà sono in difficoltà: dal 1990 il numero di ingegneri nucleari è calato. Ora invece, a livello di industria, c'è più richiesta. E non solo da parte nostra: Enel, Sogin e altre società guardano con interesse agli ingegneri nucleari».
Lei consiglierebbe a suo figlio di fare Ingnegneria nucleare?
«Ne basta uno in famiglia! Oggi però la prospettiva dell'ingegnere nucleare è molto interessante nel momento stesso in cui ci si immette nel mercato internazionale. Personalmente, non esiterei minimamente nel rifare l'ingegnere nucleare».
* Fisico