Genova nasconde il Santo Graal

Monica Bottino

Dopo il romanzo di Dan Brown, «Il codice Da Vinci», in molti hanno riscoperto il fascino del mistero del Santo Graal, che nei secoli ha incuriosito generazioni e, in tempi recenti, ispirato film, libri, racconti. Ma forse non tutti sanno che il piatto utilizzato da Gesù durante l’ultima cena con i discepoli e che secondo altri avrebbe utilizzato Nicodemo per raccogliere il sangue del Cristo nel momento del supremo sacrificio è a Genova. O, almeno, così dice la tradizione del «sacro catino», una reliquia misteriosa conservata nel Museo del Tesoro di San Lorenzo e che ne rappresenta il pezzo certo più suggestivo. E conosciuto in tutto il mondo. Sì perché secondo alcuni studiosi soltanto due oggetti sopravvissuti ai secoli potrebbero essere il Santo Graal, il «piatto» che, per avere ricevuto il sangue di Gesù sarebbe per taluni cultori dell’esoterismo anche dotato di poteri taumaturgici. L’altro Graal, oltre a quello di Genova, è il «santo calìz», un calice di agata conservato nella cattedrale di Valecia e posto su un basamento di origine medievale di calcedonio, a forma di coppa rovesciata e riportante sopra un’iscrizione araba.
Di certo, però, il fascino del Graal «genovese» è superiore. Per secoli soltanto i personaggi illustri potevano avvicinarsi al piatto, emblema oggi del museo della cattedrale. Un piatto di forma esagonale, di un verde intenso. Per molto tempo fu considerato di smeraldo e per questo il suo valore era enorme. «Si tratta invece di vetro soffiato in uno stampo - spiegano le guide del museo - e anche la manifattura è incerta. Qualcuno dice che sia arabo, del IX secolo dopo Cristo e ciò ne eliminerebbe del tutto il fascino, ma sono in tanti gli esperti che ritengono invece che l’oggetto sia riconducibile proprio al periodo di Gesù».
Le fonti storiche raccontano che il «sacro catino» fu portato a Genova da Guglielmo Embriaco, nel 1101, in seguito alla conquista di Cesarea. In effetti un’immagine di Guglielmo Embriaco dipinta sulla facciata di Palazzo San Giorgio lo ritrae in armatura e con in mano proprio un piatto. L’oggetto sarebbe stato ritrovato dai crociati del contingente genovese durante la Prima Crociata, secondo un testo della seconda metà del XII secolo scritto da Guglielmo, arcivescovo di Tiro. I crociati avrebbero acquistato il piatto ritenuto di smeraldo dopo averlo trovato in un tempio costruito da Erode. Secondo altri autori invece i genovesi accettarono il «Catino» in cambio della loro parte di bottino.
Ma il primo a considerarlo un oggetto meritevole di culto fu Iacopo da Varagine, arcivescovo di Genova nel XIII secolo e autore della Leggenda Aurea.
Per secoli l’oggetto fu venerato come sacro e per il suo enorme valore nel Medioevo fu concesso dall’amministrazione comunale come pegno per un prestito. Successivamente il Comune lo riacquisì e venne stabilito che per nessun motivo potesse essere portato fuori dalla cattedrale. La sua fama divenne enorme, furono molti coloro che ne tentarono il furto e per un certo periodo venne anche tenuto nascosto. Diventando quasi leggendario. Ma venne l’epoca napoleonica. E fu rubato. Napoleone lo portò a Parigi credendolo di smeraldo, in seguito restituito, nel viaggio di ritorno si ruppe e tornò indietro spaccato in dieci pezzi. Un pezzo manca: e il mistero su dove sia finito dura dal 1816, anno del Congresso di Vienna. Si dice che potrebbe essere ancora al museo parigino del Louvre.
Per sapere di più intorno a questo oggetto misterioso e affascinante anche la bibliografia è ricca. In particolare va ricordato il volume di Daniele Calcagno «Il mistero del Sacro Catino» (Ecig).