Da Genova parte «Medici in Africa» le molteplici facce della cooperazione

Le molteplici facce della cooperazione e dello scambio tra paesi ricchi e poveri.
Un ex-maestro di scuola divenuto Presidente della Tanzania, Julius Nyerere, 40 anni fa, ha detto che è meglio insegnare a pescare ad un povero di un villaggio, anziché fornirgli i pesci per tutta la vita. Questa frase mantiene tutta la sua attualità se si osserva che in tutti questi anni i paesi dell'Africa hanno continuato a ricevere aiuti finanziari e tecnici per l'estrazione del petrolio o dei preziosi minerali di cui dispongono, per costruire ponti, linee elettriche e strade ma pochi soldi per costruire ospedali e scuole. Gli indici di povertà e delle malattie hanno così continuato a crescere, ed altrettanto il numero dei giovani migranti in cerca disperata di lavoro.
La cooperazione tra paesi ricchi e poveri nel mondo, raccoglie sotto uno stesso termine i prestiti di centinaia milioni di dollari di un'Agenzia Internazionale come la Banca Mondiale (BM) e il centinaio di euro l'anno versati da una famiglia di pensionati per sostenere a distanza i bambini della scuola elementare di uno sperduto villaggio africano. Per orientarci in questa molteplicità è necessario osservare da vicino le diverse forme di cooperazione. La prima, con cifre dai molti zeri, è rappresentata dagli aiuti pubblici allo sviluppo (Aps) da parte dei governi. I Paesi più industrializzati del mondo si sono solennemente impegnati a destinare lo 0.7% dei rispettivi Pil nazionali per gli aiuti alle nazioni povere. Di fatto questa cifra è rimasta sulla carta. Nel 2008, sono stati erogati circa US$ 106 miliardi per tutti i paesi poveri, mentre erano previsti US$ 220 miliardi pari allo 0.7%. Nel 2006, l'Italia ha messo a disposizione US$ 3,6 miliardi, invece dei teorici 12,9. Tutti i Summit dei G8, da Genova nel 2001 in poi, hanno ripetuto quest'impegno, ma nonostante la promessa, molti dei paesi avanzati non hanno raggiunto la percentuale promessa e successivamente l'hanno diminuita, Italia compresa. Gli ultimi dati, dal rapporto Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) del 30 marzo 2009 riportano che nel 2008 sono stati donati US$ 119,7 miliardi, pari allo 0,30 del PIL, con un aumento del 10% sul 2007. Per l'Italia il dato è di US$ 4,44 miliardi, pari allo 0,2% del Pil. La presente crisi finanziaria ed economica mondiale non fa certo ben sperare per l'immediato futuro.
Una considerazione a parte merita l'erogazione dei prestiti ai paesi poveri, già iniziata subito dopo la seconda guerra mondiale. Questa forma di aiuto ha dato luogo nel tempo al grave problema del debito e del suo interesse. Nel 2002 l'Ocse rilevava che i paesi dell'Africa sub-sahariana dovevano restituire US$ 15 miliardi di debiti ai donatori e questa somma rappresentava più di quanto quei paesi ricevevano dagli aiuti ufficiali nello stesso anno.
Negli ultimi venti anni l'aiuto allo sviluppo ha visto moltiplicarsi attori e canali di finanziamento. L'ultimo esempio nel campo dei grandi numeri è il canale privato, cresciuto con ingenti donazioni messe a disposizione da aziende e fondazioni. Rockfeller e Bill Gates, hanno dato vita a programmi pluriennali per intensificare le vaccinazioni dei bambini (GAVI) o la lotta contro l'Hiv/Aids, la tubercolosi e la malaria (GFATM).
In controtendenza alla riduzione relativa degli Aps dei governi continua ad espandersi in Italia e in Europa la cooperazione decentrata, introdotta in Italia dalla legge 49 e poi nel 1989 con gli accordi di Lomè tra la Commissione Europea e i paesi Acp: un'azione di cooperazione allo sviluppo svolta dalle Autonomie locali italiane (Regioni, Province, Comuni), singolarmente o in consorzio tra loro o con organizzazioni territoriali (università, sindacati, Asl, piccole e medie imprese, imprese sociali). In quest'area si sovrappongono gli aiuti pubblici destinati allo sviluppo, decretati dai Sindaci o dalle Giunte e basati sulle tasse dei cittadini italiani e il vasto mondo del volontariato.
La galassia del volontariato abbraccia più di 22.000 organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus). La maggioranza in Italia si dedica esclusivamente all'assistenza sanitaria o sociale di famiglie e anziani, alla ricerca scientifica, alla promozione culturale o sportiva. Una parte di esse invece riceve la straordinaria solidarietà spontanea di singoli individui e famiglie che versano il 5 per mille o direttamente soldi sui loro c/c o su quelli delle Organizzazioni non governative (Ong), allo scopo di sostenere ospedali e scuole e fornire tecnici da inviare nei paesi in via di sviluppo. Di questa galassia è parte anche il medico o l'infermiere di Medici in Africa che dedica 2 settimane o 1 mese di ferie per dare il suo contributo professionale alla sala operatoria o ai trattamenti medici o ai corsi brevi di formazione per il personale locale. In nome di valori religiosi o laici sono centinaia di migliaia e forse milioni i cittadini italiani che negli ultimi anni hanno dato un contributo di denaro, di merci o del proprio tempo e competenza professionale ad altrettante realtà africane. Negli ultimi 10 anni, la cooperazione decentrata ha abbandonato la logica dei progetti medio-grandi, per favorire invece le iniziative dal basso, che vedono un ruolo sempre più attivo dei beneficiari dei paesi poveri, con gruppi di base e organizzazioni locali impegnati nella realizzazione di micro-progetti in partenariato con associazioni culturali o religiose, sindacati, Ong e Onlus dei paesi industrializzati. Spesso l'entità economica di questi progetti è minima, ma l'impatto nelle comunità riceventi esemplare, come dimostrano i progetti di micro-credito per la vendita di merci e prodotti locali. Aspettando i risultati del prossimo Summit dei G8 in Italia, il medico della nostra Onlus, dovunque vada a lavorare, nella capitale, nella cittadina periferica o in uno sperduto ospedale rurale in Africa, si trova immerso in questa molteplice rete sfaccettata di cooperazione, aiuti e scambi. Il dilemma dell'efficacia del proprio intervento, che è poi espresso dalla domanda, «che senso ha la mia testimonianza di solidarietà?», sta proprio in questi due estremi: essere assorbito come una rotella in un'attività progettuale, burocratica, costosa e a volte oppressiva per i beneficiati, oppure svolgere un ruolo di primo attore ma disperso in una miriade polverizzata di «piccoli» bisogni soddisfatti, a volte contrastanti senza mai raggiungere gli interessi ultimi della comunità e le priorità più ampie del paese povero.