«Da Cornigliano alle Olimpiadi con i miei guantoni»

A novembre compirà 82 anni. Quando vado a cercarlo, nella sua bella casa sulle colline di Cornigliano, già in strada qualche amico mi fa: «Vai ad intervistare Aureliano?». Già, come a dire che su quelle colline il campione è di casa, è un simbolo, un orgoglio collinare!
Aureliano Bolognesi, è di lui che parliamo, vive accanto alla sua bella consorte (pittrice di grande fascino) Liana Sentinelli in quella Cornigliano che lo vide nascere come campione.
Fu proprio in quella palestra della periferia genovese che iniziò a dare i primi pugni dorati.
È così Aureliano?
«È così. Fino a 14 anni ho fatto il chierichetto nella parrocchia di S. Giacomo. La fede è sempre stata con me, in ogni momento. Prima di ogni incontro mi inginocchiavo e rivolgevo una preghiera a Gesù».
Raccontiamo, Aureliano. A 16 anni ti presenti al maestro Speranza che cercava talenti...
«Sì, Speranza cercava talenti. Dopo i primi anni di sacrifici mi portò agli assoluti a Bologna. Ho battuto tutti. Mi ricordo che a vedermi c’era Tiberio Mitri, mi vide con un occhio nero e mi disse: “Complimenti”. E rise di gusto. Allora io gli risposi: “Grazie, Tiberio, ma anche tu ricordi La Motta...?”. Insomma non le mandavo a dire a nessuno, già allora».
Andiamo avanti, arriva poi Natalino Rea responsabile della Nazionale. In poco tempo...
«Sì, andai in Nazionale, categoria 60 chili. Si stava cercando un sostituto del leggero Bruno Visentin. Io fui il prescelto. E cominciai a vincere tutto. Tantoché Rea mi disse che avrebbe puntato su di me per le Olimpiadi».
E arrivò Helsinki, 1952... anno fatidico...
«Fu un momento indimenticabile: io dovevo combattere con Antkiewicz, fortissimo. Battaglia difficile. Rea prima dell’ultimo round mi dice all’orecchio: “Aureliano ricordati che sei italiano, che rappresenti l’Italia, sei la bandiera nostra...”. Non vidi più nulla e fu il trionfo. Quando salì il Tricolore sul pennone sembravo la fontana di Trevi, tanto piangevo...».
I passaggi successivi?
«Passai al professionismo. I contatti con Aldo Spoldi, poi decisi di lasciare il pugilato. E tornare a lavorare, ho fatto tanti mestieri, soprattutto il chimico al laboratorio dell’Italsider».
Sei diventato un personaggio del mondo, hai conosciuto i grandi protagonisti del secolo...
«Sì, molti cardinali, ma soprattutto Papa Pacelli, unico che mi ha invitato in Vaticano. Sono buon amico di Tettamanzi, e oggi di Angelo Bagnasco, anche lui mi ha invitato personalmente in Curia. Inviti che tengo gelosamente chiusi nel mio cassetto dei ricordi».
Molti amici anche nel mondo dello spettacolo...
«Tanti, Walter Chiari su tutti, lui amava la boxe, aveva combattuto, mi seguiva in molti combattimenti, era spesso al mio angolo».
Nel 1963 ti sei sposato...
«Con Liana, una grande pittrice, che mi ha portato il senso della cultura in casa. Del resto anche il pugilato era ed è una nobile arte. I suoi lavori sono esposti nel mondo, dalla Germania, a Boston, da Lisbona a Nizza...».
E i politici?
«Tanti amici. Il presidente Scalfaro mi nominò Grand’Ufficiale della Repubblica, un caro amico è sempre Giulio Andreotti».
E tanti amici sportivi...
«Uno su tutti, Nacka Skoglund, purtroppo mancato dopo una lunga malattia. Ho una sua bella foto di giorni felici».
La tua fede, parliamone. È vero che viaggi con taschini pieni di santini e immagini di Papi?
«È vero, guarda questo: è Papa Wojtila».
È vero che hai donato la tua medaglia al Centro Tumori?
«Ho donato la medaglia d’oro al Centro Tumori di Genova e la maglia azzurra ad un centro di volontariato... Credo molto nella solidarietà umana».
I tuoi anni erano gli anni del grande pugilato...
«Ricordo genovesi come Arcari, ma i grandi si chiamavano Loi, D’Agata, Lopopolo, Mazzinghi e Mino Bozzano. Mio grande amico, ha fatto una fine che non meritava».
Che ricordi ti sono rimasti di quegli anni...
«Certamente momenti felici, molti amici, ma quanti nemici, sapessi...! E ancora oggi quando mi vedono magari in Tv, dove sono invitato (ultimamente Aureliano è stato ospite di Frizzi) non ti dico le battute, le invidie, ma io sono contento lo stesso...».
Finisce qui la pagina dei ricordi di uno dei più grandi campioni di pugilato della storia nazionale, uno che nasce sulla nostra terra, in quella Cornigliano operaia, legata negli anni Cinquanta ai grandi sviluppi (allora sì) socioeconomici della città.
Chiudiamo con un’immagine che Aureliano vuole lasciarci: quella dei suoi guantoni, ancora sporchi di polvere, che in quel 1952 lo portarono, da Cornigliano, agli onori del mondo.