La destra è stata distrutta da un'illusione culturale

Carissimo Massimiliano, da alcuni giorni leggo articoli accorati e vibranti messaggi sulla rifondazione del partito della destra capottata dal voto. Corrono fiumi di retorica banalizzante/irritante, di politichese fumogeno, di buonismo al rosolio, di fastidioso narcisismo.
Nessun accenno alle scelte culturali di fondo. Nessuna indicazione sull'indispensabile cominciamento culturale. Sopra tutto nessuna coscienza della causa vera della catastrofe a destra: l'illusione incapacitante di tenere insieme tutto e il contrario di tutto, Evola e San Tommaso d'Aquino, Hegel e Vico, Nietzsche e Rosmini, De Sade e Manzoni, il liberalismo e le riforme di Beneduce (e le tesi di Fanfani).
Padre di questa illusione (spiace dirlo nei giorni nei quali si celebra il suo centenario) fu Giorgio Almirante, il quale affidò l'ufficio culturale al sedicente filosofo turista Armando Plebe, incoraggiò il pensiero neodestro (a rotta di collo su due piste mentali) e impose il disastrante Fini.
La destra è spirata nella sacca della cultura bifida dunque, se vuole rinascere, deve uscire dalla parodia ecumenica inscenata dall'almirantismo.
Ora il Novecento italiano è un contenitore enorme, dal quale si possono estrarre numerose e affascinanti culture, ma fra le tante solo una è adatta a qualificare una destra intesa a contrastare seriamente una crisi epocale, che è causata dalla soffocante unione dei finanzieri/cravattari con i guru del nichilismo e della pornografia.
La guarigione della destra oggi soffocata dal politichese e dalla schizofrenia ideologica, dipende, anzi tutto, dalla netta separazione, dal rigetto senza pentimenti delle suggestioni germaniche (Lutero, Hegel, Nietzsche, Rosenberg, Heidegger), del magismo neopagano (Evola, Guénon), del liberalismo classico (Locke e Voltaire) e delle mitologie intorno alla mano magica del mercato.
Tali chirurgiche, drastiche e impietose scelte consentono di rivisitare il Novecento italiano e di percorrere la sua ricca vastità per recuperare:
a. la nostra vincente filosofia (interpretata da Cornelio Fabro, Nicola Petruzzellis, Carmelo Ottaviano, Michele Federico Sciacca, Marino Gentile, Maria Adelaide Raschini, Augusto Del Noce, Pier Paolo Ottonello, Antonio Livi, Nino Tripodi);
b. i grandi giusnaturalisti (Giorgio Del Vecchi, Antonio Messineo, Giuseppe Capograssi, Sergio Cotta, Dario Composta, Francesco Mercadante, Paolo Pasqualucci);
c. le lezioni economiche (di Giuseppe Toniolo, Alberto Beneduce, Amintore Fanfani, Gianfranco Legitimo, Giano Accame, Gaetano Rasi);
d. la letteratura e la pubblicista censurata e sommersa dal partito della spocchia salottiera (Cardarelli, Betti, Fabbri, Cicognani, Papini, Giuliotti, Bargellini, Manacorda, Teodorani, Volpe, Gianfranceschi, Belfiori, Siena).
Ho citato numerosi autori (e altri ne potrei citare) per dimostrare la ricchezza della tradizione su cui si può fondare una destra emancipata dal parolame dei comizianti a mente vuota e/o plurima.
Una destra capace di far quadrato intorno a un sistema di pensiero omogeneo e forte - a mio avviso - potrebbe vincere la sfida con una sinistra oscillante fra il nichilismo neognostico dei francofortesi e le battute del cabaret. I fatti comunque rammentano che la destra (o neodestra) tuttologa (alla Fini) ha subito un umiliante naufragio.