L'Olocausto raccontato dai giovani

Musica, teatro e arti visive insieme per non dimenticare. L'Olocausto torna con occhi contemporanei e va in scena al teatro Cargo: «Tra i vivi non posso più stare» da mercoledì 23 a domenica 27 gennaio. Uno spettacolo nato per ricordare il 70° anniversario della deportazione del rabbino di Genova Riccardo Pacifici che si rifiutò di abbandonare la sinagoga e la sua comunità per finire ucciso ad Auschwitz. Un dialogo tra teatro e musica prodotto dal Teatro Cargo, Conservatorio di Musica «Paganini», Accademia Ligustica di Belle Arti, in collaborazione con il Teatro Stabile, il Centro Culturale Primo Levi, la Comunità Ebraica genovese, il Goethe Institut Genua e Palazzo Ducale. Protagonisti dell'evento: i giovani. «Una settantina i ragazzi che hanno partecipato alla realizzazione dello spettacolo - spiega Laura Sicignano direttrice del Cargo e regista - Sarà uno spettacolo vivo che mette a confronto ventenni che si affacciano al mondo dell'arte con quarantenni con ventennale esperienza di palcoscenico. Quattro gli attori in scena, il resto appartiene allo spettatore che verrà immerso in un ambiente dove rischia di farsi sopraffare dalle emozioni. Ed è per questo che i posti sono limitati a 80 persone a serata». Info e prenotazioni obbligatorie: 010.694240; www.teatrocargo.it. Il testo, tratto da «L'istruttoria» di Peter Weiss, e basato sui verbali del processo di Francoforte del 1965 contro un gruppo di SS e di funzionari del Lager di Auschwitz, ha la particolarità di non contenere punteggiatura, impedendo di comprendere quali siano le domande e quali le risposte, quasi a voler indicare che gli orrori dell'olocausto sono contenuti in entrambe. «Immaginiamo un dialogo fra esseri umani, gli attori che rivestono sia il ruolo di vittime che di carnefici e le macchine, nel nostro caso gli altoparlanti. Non ci sono musicisti che suonano dal vivo» chiarisce Roberto Doati insegnante di composizione al Conservatorio e ideatore del progetto. Si evoca difatti l'arrivo dei deportati nel campo, si disvela la geometrica organizzazione burocratica dello sterminio e si proietta il pubblico nel vuoto dello spazio dove l'unica presenza fisica è Lili Tofler.