Il mostro di Sarzana 80 anni dopo

A Sarzana tra il 1937 e il 1939 fu autore di cinque omicidi, due rapine e un tentato omicidio. William Vizzardelli - uno dei più feroci e giovani pluriomicidi che la criminologia ricordi - si salvò dal plotone perché minorenne, ma guadagnò il record di ergastolano più giovane d'Italia. Qualcuno ha scritto: «Vizzardelli pareva un riccio di bosco: raggomitolato su se stesso, scontroso e falso». Il criminalista Fausto Bassini ha ritrovato, dopo lunghe ricerche, la sentenza integrale (Tribunale per i Minorenni di Genova 23/9/1940) e altre eccezionali fotografie d'epoca di uno dei più spietati fatti di sangue del Ventennio.

di Sarzana (La Spezia), Collegio della Missione. Qualche giorno prima delle vacanze di Natale 1936, il rettore don Umberto Bernardelli redarguisce aspramente uno studente e gli molla diversi ceffoni: è un elemento indesiderabile sia dal punto di vista dello studio che da quello del comportamento. Il quattordicenne William Vizzardelli proviene da una buona famiglia (il padre è procuratore nel locale Ufficio del Registro), frequenta il ginnasio del paese e in collegio si reca, come alunno esterno, solo per compiti e ripetizioni. Cova in lui, fin dai tempi delle elementari, uno spirito d'intolleranza e ribellione contro gli insegnanti maneschi... È la sera del 4 gennaio 1937. Tra le 18.25 e le 18.30, si sentono sparare dei colpi d'arma da fuoco nell'ufficio di don Bernardelli, al terzo piano. Raggiunto da quattro proiettili l'uomo muore quasi all'istante. Subito dopo gli spari, dalla stanza sbuca un individuo vestito con un cappotto marrone; è camuffato da un cappello abbassato sulla fronte e da una sciarpa che gli cela il viso tenendo scoperti solo gli occhi. La figura si dirige verso il pianerottolo, nei pressi del quale si trovano per caso i collegiali Lionello Bassano e Walfrido Collini (entrambi sedicenni) e Marco Oleggini (11 anni). Lo sconosciuto apre il fuoco a ripetizione contro il Bassano, ferendolo gravemente; spara altri colpi, andati a vuoto, contro gli altri due studenti. Poi scende di corsa le scale ed ecco, dopo la prima rampa, imbattersi in fratel Andrea Bruno, il portinaio, che sta salendo a vedere cosa succede. Può essere un testimone scomodo: un altro colpo contro di lui, al torace: morirà dopo i soccorsi. Il misterioso sparatore si è già dileguato fuori dall'edificio. Lionello Bassano, in pericolo di vita, si salverà per miracolo.
Quale il movente di un gesto così efferato nella casa di Dio? Dalla scrivania di don Bernardelli è scomparsa una busta gialla con le rette dei collegiali: circa 15.000 lire. E chi ha sparato con la pistola automatica Beretta calibro 9? Non è possibile identificarlo... Gli inquirenti brancolano nel buio: il duplice delitto a scopo di rapina e il tentato omicidio restano impuniti.
Due pistole, quattordici colpi e due cadaveri. Livio Delfini è un barbiere ventenne di Sarzana, in cordiali rapporti con William Vizzardelli. Inverno '37: un giorno Delfini dice, in tono a scherzoso, che Vizzardelli è l'autore dei delitti della Missione; quest'ultimo si schermisce, ma l'altro è abile a cogliere che è davvero lui il «mostro di Sarzana»; ci calca la mano fino a indurre William, meno smaliziato, a confidargli la propria colpevolezza richiedendone il segreto. Da quel momento Livio inizia a ricattarlo (se non dividi con me i quattrini del rettore, ti denuncio...) e ottiene piccole somme in diverse volte; insoddisfatto, continua nelle proprie pretese. Allora Vizzardelli, per liberarsi di lui, gli dà a intendere di aver nascosto la refurtiva in aperta campagna, in località Falcinello. Il barbiere vi crede e insiste per dissotterrare la somma: la sera del 19 agosto 1938, alle 23.30, Delfini e Vizzardelli si recheranno sul posto. Viene noleggiata una macchina guidata da Bruno Veneziani, autista sarzanese. Giunti i tre all'altezza del greto del torrente Calcandola, Vizzardelli estrae una rivoltella a tamburo calibro 7,65 e si mette a sparare molti colpi contro Delfini e, subito dopo, contro il malcapitato autista. Sembra la scena di un film di gangster: Delfini e Veneziani, feriti, scappano dalla vettura; William estrae di tasca una pistola automatica Steyr calibro 9, raggiunge prima il Delfini sparandogli contro, rincorre poi il Veneziani e, raggiuntolo sul ciglio della strada, lo fulmina. La morte per entrambi è quasi immediata.
William attraversa di corsa la notte e rientra a casa. Nemmeno stavolta, come un anno e mezzo prima, i familiari né nessun altro sospettano di lui. E anche stavolta un duplice delitto - per di più dal movente sconosciuto - sembra destinato a rimanere impunito.
Un'accetta conficcata in testa. 28 dicembre 1939, sera. William prende di nascosto, dalla giacca del padre, le chiavi delle casseforti dell'ufficio. Va in cantina, in mezzo alla legna c'è un'accetta, la piglia. Perché, pensa, uno che va a rubare deve tenersi armato per qualsiasi evenienza.
Palazzo dell'Ufficio del Registro. Il giovane sale, apre con le chiavi una cassaforte, s'intasca 12.970 lire ed esce dalla stanza. In fondo alla scala s'incontra, d'improvviso, col custode Giuseppe Bernardini che gli chiede: «Cosa fai qui?». Il ragazzo non ci vede più, estrae la scure dai pantaloni colpendo sei volte, alla testa, il pover'uomo. E fugge. Il cadavere viene ritrovato, la mattina seguente, con l'accetta ancora infissa profondamente nel cranio. Il medico legale paragonerà alcune ferite - testuali parole - «ai tagli di uno spaccalegna sul pezzo di legno situato davanti e più in basso».
Il 4 gennaio 1940 l'assassino viene arrestato. A incastrarlo, una piccola macchia di sangue sulla giacca da lui indossata la sera del delitto; un suo cacciavite ritrovato sulla scena del crimine; e la scure, proveniente da casa Vizzardelli. Chiuso nel cerchio di indizi decisivi, dopo lunga resistenza, l'autore delle barbare stragi di Sarzana finisce per confessare, con indifferenza sbalordente, tutti i suoi crimini: collegio della Missione, strada di Falcinello e ufficio del Registro. È il più giovane pluriomicida - e, scampando alla fucilazione solo perché minorenne, diventerà anche il più giovane ergastolano - della storia italiana.
Personaggio da romanzo. William Giorgio Vizzardelli, nato a Francavilla al Mare (Chieti) il 23 agosto 1922, sin dalla tenerissima età comincia ad addestrarsi, per divertimento, all'uso delle armi da fuoco, tanto da acquistare una mira infallibile: viene visto uccidere gatti, anatre, galline.
A Sarzana per due volte, di notte, rompe una finestra del ginnasio «Parentucelli», entra in aula e compie atti vandalici in segno di ribellione: carte geografiche incendiate alle pareti, calamai scaraventati contro le pareti stesse. Oltre che di armi è un patito di esercizi ginnici: frequenta con regolarità la palestra della Gil ed è un bravo attrezzista. Personaggio stranamente taciturno e poco rassicurante, il «fanciullo dal cuore perfido» si sente superiore alla media, ogni sua attività è rivolta ad uno scopo preciso: imporsi su tutti. Ad un amico dice con risata sarcastica: «Non son tipo da donne, ma da forca!». C'è chi ha scritto: «Vizzardelli pareva un riccio di bosco: raggomitolato su se stesso, scontroso e falso».
Agli inquirenti William racconta di avere usato la scure per ammazzare il Bernardini, essendo stato suggestionato dal particolare che nei romanzi Delitto e castigo e I fratelli Karamazov, da lui letti, venivano narrati delitti compiuti con una scure. Afferma di avere rubato il denaro dall'Ufficio del Registro perché amante della vita avventurosa e perché, avendo in progetto di imbarcarsi come mozzo nella Marina mercantile, riteneva di aver bisogno di denaro data la misera paga iniziale.
Le pratiche della religione cattolica, dice, sono sciocchezze: lui crede in una Potenza Superiore da identificarsi in «un buon diavolo» indifferente delle sorti dei mortali. In casa distilla l'alcool fabbricandosi liquori con cui si sbronza e - ancora - si dedica in cantina ad esperimenti chimici per fabbricare la nitroglicerina: la fa esplodere per il solo gusto di farlo. E devia la corrente elettrica ad alta tensione, che passa all'altezza del tetto di casa sua, sin nella soffitta: ottiene così l'arco voltaico, di cui si serve per apportare innovazioni o riparazioni alle proprie armi e, soprattutto, per godere lo spettacolo delle fiammate che si producono.
Il carcere e il tragico epilogo. Ritenutolo sano di mente, la Legge lo bolla «delinquente per tendenza». Da Marassi è trasferito all'isola di Pianosa. Nel 1944 i giornali riportano la fantasiosa notizia della sua avventurosa evasione e del suo arruolamento nelle Brigate nere (cioè il Male, nell'immaginario collettivo), con tanto di cattura ed uccisione per mano dei partigiani (cioè il Bene) sul Monte Antola. C'è chi giura di averlo visto - lui, simbolo del Malefico! - in divisa da sergente della Decima Mas! Il giovane ergastolano fa ritorno a Marassi da dove, una notte del gennaio '48, tenta - stavolta per davvero - di evadere insieme ad altri: sorpreso, è rispedito a Pianosa. Nei restanti anni di carcere, diventato mansueto e remissivo, prenderà la maturità con buoni voti, studierà il francese e il russo e perfezionerà a tal punto l'inglese da leggere Shakespeare in originale. I parenti delle vittime, però, continueranno a negargli la grazia.
Ottenuta nel '68 la libertà condizionale per cinque anni, va a vivere a casa di una sorella, a Carrara, mantenendo un comportamento irreprensibile. È appena tornato definitivamente libero quando, l'11 agosto 1973, il «mostro di Sarzana» si lascia morire dissanguato in quell'abitazione, dopo essersi squarciato le vene del braccio sinistro e la gola con un coltello da cucina. Non aveva più il volto imberbe dell'adolescente: pochi giorni dopo avrebbe compiuto 51 anni. «Chissà perché l'ha fatto» scrive l'indomani un quotidiano genovese «Anche tutti quei morti che aveva lasciato dentro di sé, l'avevano perdonato».
*Responsabile del Centro Studi Criminalistica per l'Emilia-Romagna