Povera Genova: qui non restano neanche le lucciole

(...) di Pier Paolo Pasolini, un libro e un autore che - a partire dallo schierarsi con i poliziotti figli del popolo contro i manifestanti della sinistra al caviale di Valle Giulia - condividiamo spessissimo con i nostri lettori, perchè sa essere un pugno nello stomaco della sinistra del politicamente corretto, capace di posizioni dure, estreme, di carta vetrata. Non le condivido tutte, certo. Ma non mi lasciano mai indifferente.
PPP e Scritti corsari, dunque. Dove è possibile riscoprire l'articolo del Corriere della sera del primo febbraio 1975, intitolato Il vuoto del potere. Ma, con questo titolo, dice poco a pochissimi. Il punto è che quell'articolo è notissimo perchè è passato alla storia come «L'articolo delle lucciole». E mi è già capitato di citarlo sul Giornale, ma un ripasso di alcuni passaggi è utilissimo. Certo, visto che si tratta di un articolo lungo, contorto e non facilissimo da leggere, come spesso capita a Pasolini, la nostra sarà una sorta di visita guidata, un succo spremuto da un testo lunghissimo e, per molti versi, sfasato rispetto al centro dell'articolo. Che, politicamente, non ne azzecca molte. Ma non è questo il punto.
Andiamo al cuore di ciò che va al cuore: «Mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Nei primi anni Sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria e, soprattutto in campagna a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono comuniciate a scomparire le lucciole». La prosa di Pasolini è come sempre molto bucolica e legata a un mondo passato, ma la scoparsa delle lucciole è un dato di fatto: «Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni, le lucciole non c'erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato. E un uomo anziano che abbia un tale ricordo non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane e quindi non può più avere i bei rimpianti di una volta)».
Fine della metafora e del tratto comune con PPP. Pasolini usa le lucciole per raccontare uno spartiacque, come l'anno zero, fra avanti Cristo e dopo Cristo. Poi torna alla politica.
Per i nostri racconti di Genova, dopo quella visione bellissima di quella sera del maggio del 2011, invece, la scomparsa delle lucciole ha significato un po' lo spegnimento della città, delle sue speranze di futuro.
Diciamolo chiaramente. Mai come in quest'anno, anche per un'amministrazione come quella di Doria, si è respirato il clima da «fermare non il declino, ma lo sviluppo». Quasi come se l'immobilismo programmatico potesse essere l'unica unità di misura possibile per la città. Non fare niente, per non rischiare niente. Il problema però è che, a furia di niente, la città rischia di essere annichilita, cancellata. Senza che nessuno dica niente.
Con comitati e comitatini, spesso senza soluzione di continuità fra destra e sinistra, che bloccano ogni tentativo di spostare un mattone o un sampietrino. Con un cupio dissolvi assoluto dove, spesso, è difficile guardare oltre il giardino di casa propria, come se la nostra città, anzichè del pesto, fosse capitale mondiale della sindrome del Ninby, acronimo inglese per dire: «Ovunque, ma non nel mio giardino».
Insomma, siamo all'ultimo stadio. E solo l'impegno di tanti piccoli e grandi imprenditori e lavoratori e persone perbene riesce a supplire all'insipienza delle istituzioni, peraltro non tutte, come dimostrano iniziative come quella di Claudio Burlando a Palazzo Ducale «Crescere si può» che lasciano sperare in una resipiscenza di alcuni, anche se colpevoli in passato. Però, il fare si è spento. Il che è ancor più grave per una città che del «fare» aveva fatto il suo marchio, dove sono nati gli scambi, la multiculturalità, le banche, i commerci e che è stata a lungo la locomotiva d'Italia. Oggi, invece, dopo cent'anni, siamo ancora qui a discutere di Terzo Valico. Pensate che, qualche giorno fa, sfogliando la raccolta degli anni Settanta delle pagine genovesi, mi sono imbattuto in una visita dell'allora ministro Vittorino Colombo, di cui non ricordavo più l'esistenza, che spiegava di come la realizzazione fosse imminente. Oggi, invece, si mette addirittura in dubbio la sua utilità. Senza rendersi conto della sua importanza per ridare vita alla città e rafforzare il Porto, trasformando, anzi ri-trasformando Genova in porta d'Europa. Quello che era nel passato.
Invece, loro. Invece, loro - il partito trasversale della conservazione - hanno spento la città. Ed avevano spento le lucciole.
Invece, l'altra sera. Invece, l'altra sera, dopo più di due anni ho visto, in via Crosini, una creuza dietro corso Europa, non una, ma dieci, venti, cento lucciole che si rincorrevano fra loro in un giardino. E pazienza se Pasolini non è stato profeta. Ma quell'immagine era un'immagine bellissima. L'immagine della speranza. L'immagine del fatto che tu le lucciole puoi provare a spegnerle, ma loro tornano. Tornano sempre.