Quando nel porto di Genova comandavano i banditi

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Se le mine tedesche avessero fatto saltare il porto di Genova oggi non saremmo a raccontare tanti momenti della sua storia. Fortunatamente la distruzione del porto fu evitata e, pur faticando per la difficile reperibilità delle fonti, l'odierno criminalista può ancora esaminare le diverse vicende della nostra area marittima.
Il 22 aprile 1945 si raggiunse faticosamente l'accordo con le truppe naziste per salvare il porto. Raffaele Francesca, nostro prezioso compianto collaboratore, nel saggio Antirevisionismo di un revisionista illustra scientificamente tutta l'attività diplomatica intrapresa su piano internazionale (Svizzera) e sul piano locale (intervento di Mussolini su Hitler, interessamento del gen. Graziani, mediazione del cardinale Boetto e del monsignor Siri, attività decisiva della M. O. Magg. Arillo della X Mas che provvide con i suoi uomini all'isolamento delle mine). Il sabotaggio del porto avrebbe comunque rischiato di realizzarsi, se l'attività della locale resistenza comunista avesse proseguito e non fosse stata fortunosamente «limitata» da interventi decisionali di ben più ampia portata. Infatti, molti giovanotti con fazzoletto rosso e mitra - in parte provenienti dall'ex Organizzazione Todt - si erano attestati soprattutto nella zona di Di Negro per attaccare un'eventuale ritirata tedesca dal porto (alle truppe germaniche era invece stato ordinato un «ritiro passivo»), provocando così un irrigidimento del locale comando germanico che si ostinava a distruggere tutto. Sta di fatto che i novelli patrioti furono costretti a desistere dall'iniziale programma anche per il contemporaneo intervento di altre correnti politiche del Cnl, e ciò contribuì ad evitare il compimento di un ulteriore crimine contro l'umanità.
Molti dei citati giovanotti, in particolare quelli appartenenti alla famigerata organizzazione che la cronaca definì unanimemente «banda del Lagaccio», li ritroveremo ben presto impegnati ad ammazzare fascisti (o presunti tali): il rituale usato fu quello del colpo di pistola in testa e l'abbandono del cadavere nelle acque del porto dopo il furto di ori e portafogli, rituale quasi sempre seguito da una incursione ladresca nella sua abitazione. Carla Bardi fu assassinata il 9 maggio 1945: rinvenuta nelle acque di Ponte dei Mille con la testa trapassata da un proiettile, venne identificata grazie ad un biglietto con il suo nome ed indirizzo che, forse intuendo la sua fine, lei stessa aveva scritto e riposto in tasca. Ovviamente non si salvò neanche la sua abitazione.
Brutte questioni sulle quali non ci dilungheremo anche perché ormai ampiamente note: registriamo solo come facciano parte dei molti aspetti vergognosi e taciuti di una più ampia storia d'Italia, zeppa d'altrettante miserie.
Ad esempio, fatta l'Unità d'Italia e conclusa l'occupazione del meridione, ecco subito spuntare la questione dei «lager dei Savoia»: argomento nel quale il nostro porto ed angiporto entrano in pieno. Si trattava di attuare la soluzione finale per l'ex esercito borbonico. Come scrive «Civiltà cattolica» (XI volume del 1861) «soldati napoletani in grande quantità, stipati in bastimenti peggio degli animali, furono sbarcati a Genova. Il porto accolse bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati e piangenti che, scesi dalle navi, vennero distesi sulle banchine e negli spazi adiacenti e lì vi rimasero per mesi sottoposti ai maltrattamenti ed al pubblico ludibrio». Nel 1861 tutta la zona portuale diventò un campo di prigionia, abbandonato a sé, incivile. Solo i soggetti più riottosi vennero spediti in tempi brevi alle tenebrose fortezze di Fenestrelle (Pinerolo); molto dopo, alcune migliaia di meridionali vennero concentrati nel campo di S. Maurizio Canavese (Torino) e qualche decina fu imprigionata nell'allora Forte di S. Benigno in Genova. Come detto le truppe borboniche capitolate a Capua all'inizio del novembre 1861 - circa 11.800 uomini - furono dirottate a piedi verso Napoli e da lì imbarcate per Genova. Scaricate nel porto, la loro gestione si configurò in un trattamento odioso e violento, criminale poiché al di fuori di ogni regola umana. L'unica nota di civiltà sarà il Regio Decreto 20.01.1861 istitutivo in Chiavari e Savona di «depositi di uffiziali d'ogni arma dello sciolto esercito delle Due Sicilie».
Il sabotaggio del porto e l'ospitalità ai borbonici sono due brevi fasi di storia patria, che coinvolsero casualmente il nostro scalo marittimo: fatti la cui vera verità, ad onor di sana informazione e corretta cultura, chiede di essere ristabilita, ripulita di quella falsa retorica che ha purtroppo nutrito la scuola di diverse successive generazioni.
Parlando di lager, ci viene poi di associarli alla figura delle navi galera. Andiamo ai tempi delle Repubbliche marinare, che le utilizzarono sia per scopi mercantili che di guerra. I loro equipaggi (rematori), chiamati «ciurma», a Genova furono inizialmente costituiti da volontari pagati. Successivi periodi di maggior benessere portarono la gente ad evitare di scegliere il faticoso, pericoloso e malpagato lavoro di rematore. La crisi di braccia venne ovviata con l'utilizzo dei condannati e degli indesiderabili che, peraltro, avrebbe portato un beneficio ai già allora sovraffollati stabilimenti carcerari, tutti situati nelle vicinanze del bacino. Ci furono casi di galeotti che tentarono la fuga e vi riuscirono, come di altri che espiarono al remo pene trentennali. Tra le carceri vicine al porto citiamo quella della «Malapaga» (zona di piazza Cavour) per debitori inadempienti, od il cosiddetto «Palazzo del Mare» (oggi Palazzo S. Giorgio) dove fu imprigionato Marco Polo. Nel Trecento anche la Lanterna venne adibita a carcere e contemporaneamente, sul promontorio dove sorgeva, vennero spesso montate forche e capestri per le esecuzioni capitali. L'ultima nave e «pseudocarcere» nel nostro porto fu la nave-scuola Garaventa: una sorta di collegio galleggiante, scuola-officina di redenzione sul mare per il recupero dei giovani disadattati. Durò dal 1883 al 1977.
Per il resto, scorrendo storie meno impegnative e più divertenti, rileviamo che la vita del porto di Genova è sempre stata intricata e coloratissima: certo, il copione è comune a qualsiasi grande scalo marittimo ma Genova, riferimento di tutto il nord, si distingue. Ubriachi, risse, cadaveri in acqua, lenoni e prostitute, trafficanti di ogni genere sono stati una solida costante dell'ambiente portuale e dell'angiporto: tutta questa fauna ha dipinto un quadro animatissimo dove navigli e camalli convivono con ladri, trafficanti e contrabbandieri. Per il passato, rimane impressa la pittoresca figura del tizio che, spillandolo dalle botti, regala furtivamente il vino, ed è comunque associabile a tutti gli altri tipi di malandrini dediti al furto di merci varie, derrate alimentari nelle cambuse. Eloquente la «giunta fatta allo Statuto criminale de furibus» - siamo al 28 agosto 1634 - in cui si ribadiva l'importanza della «zona dei Magazzini del porto franco e delle Dogane» universalmente considerata sacrosanta per l'economia della Repubblica. Evidentemente anche allora la merce non era al sicuro e così, con lo Statuto, si decretò di punire pesantemente i ladri e, in particolare, se il furto fosse stato commesso «nel porto o Banchi o ne' Sacri Tempi».
Un capitolo a sé andrebbe dedicato all'antico traffico degli schiavi (particolarmente, di schiave), al contrabbando di spezie e caffè e poi sigarette, al traffico di droga: tutte attività lucrose che scandirono le epoche del nostro porto arricchendo molti genovesi e no. Oggi rimane florido il pesante traffico di droga, soprattutto di cocaina. Ma il primo grande giro di coca a Genova (base in porto) fu scoperto nel 1925, a seguito del delitto di Salita Pollaioli: nella camera di una pensione venne rinvenuto dentro una baule il cadavere di una donna, le indagini portarono all'assassino ma, soprattutto, portarono alla luce un esteso mercato e consumo della sostanza nell'ambito del quale maturò il delitto.
Il porto fu anche meta di banditi e briganti arrivati con il comune obiettivo della fuga. Musso, detto «il diavolo», settecentesco bandito della Val Bisagno e «lo sbirretto» (il mai identificato bandito di Quezzi) fuggirono nascondendosi sui bastimenti in partenza da Genova. Diversi briganti del Piemonte e della Lombardia, gente che già scendeva nella nostra città per acquistare armi, scapparono imbarcandosi clandestinamente. Gli stessi «apaches» parigini e marsigliesi (banditismo anarchico) del primo Novecento, braccati dalla gendarmeria francese, capitarono rocambolescamente nel nostro porto dopo aver sparato per mezza Genova (settembre 1912). Tra i banditi moderni va annoverato anche René Vallanzasca che, nei primi anni Ottanta, riuscì a scappare dall'oblò della cabina della nave che lo avrebbe trasferito alle carceri della Sardegna.
Rina Fort, quella che diventerà la «belva di via S. Gregorio» ammazzando in Milano (novembre 1946) la moglie ed i bambini dell'amante traditore - tale Ricciardi -, mesi prima era fuggita dalla Lombardia per imbarcarsi clandestina sul vapore Vulcania in partenza per l'America, che avrebbe inteso raggiungere per rifarsi una nuova vita. Ma, inseguita dall'uomo, il suo imbarco irregolare fu scoperto ed il Ricciardi se la riportò a Milano, firmando così la condanna a morte della sua famiglia.
Alberto Olivo (1903) fu l'autore di una vicenda criminale senza precedenti soprattutto per la sua conclusione giudiziaria. A Milano uccise e depezzò la moglie Ernestina. Partì poi per Genova sul treno, trasportando i resti della poveretta confezionati in due valigie con la naftalina. Un giro in barca per il porto ed il lancio in acqua di due fagotti dovevano concludere il delitto perfetto. Ma la zavorra rimase a galla e venne recuperata dopo poco. Seguì l'arresto dell'assassino. La perizia del Lombroso parlò di «un criminaloide che aveva operato in uno stato di coscienza crepuscolare durante un accesso epilettico provocato dagli atteggiamenti della bella moglie». Furono attenuanti significative che produssero l'assoluzione dell'Olivo dall'accusa di omicidio intenzionale: non essendo mai stata formulata (anche in un successivo giudizio) alcuna altra ipotesi subordinata - omicidio preterintenzionale o colposo - la condanna definitiva riguardò solo lo scempio del cadavere e fu quantificata in dodici giorni di galera e in 125 lire di multa.
Nel porto arrivarono anche illustri personaggi: Lucky Luciano (al secolo Salvatore Lucania), arrestato dall'Fbi nella Cuba di Batista, venne rispedito in Italia via piroscafo ed il primo scalo nazionale fu quello di Genova. Il boss trascorrerà diciotto giorni a Marassi - siamo al 12 aprile 1947. *Presidente
Centro Studi Criminalistica