Quel deserto dei Tartari in pieno centro cittadino

Gli involucri delle bombe da 70 centimetri lasciati lì, in mezzo alle erbacce, come ornamento del piazzale d'ingresso. Neri come il buco nero della Gavoglio. Abbandonati nel deserto dei Tartari della città. I vetri rotti delle finestre e tanti infissi rubati dai ladri insieme ai lavandini e a tutto quello che si poteva portare via. I cavi di rame razziati dagli zingari durante i raid vandalici. Ciarpame, legni rotti, ferraglia arrugginita, plastica e forse amianto all'interno dei capannoni «fantasma» alti venti metri, lunghi cento e vuoti. Degrado da guerra post atomica. Desolazione come nel romanzo di Buzzati. Più che «archeologia industriale» la caserma del Lagaccio è un ricettacolo di «rumenta urbana» che da 30 anni nessun politico è stato in grado di abbattere o riqualificare, anche se i residenti si battono da tempo, hanno creato il comitato «Voglio la Gavoglio» e avanzato una serie di proposte concrete: dal verde attrezzato, agli impianti sportivi, ai box interrati. Eppure nel 2007, con una bufala, l'onorevole compagna Roberta Pinotti, presidente della Commissione alla Difesa della Camera, aveva annunciato: «Stiamo lavorando per trovare le condizioni utili perché la caserma passi al Comune». Da allora il buco nero è sempre più degradato, scuro e melmoso come «U Lagasso» creato nel XVI Secolo per rifornire d'acqua il Palazzo del Principe Andrea Doria.
Normalmente gli autorizzati a fare lo slalom tra erbacce e detriti sono un paio di sottufficiali della Marina, che vanno a lavorare nell'unico edificio sano esistente: il magazzino tecnico dell'Idrografico. In cima al viale pieno di buche e sterpaglie c'è anche l'avamposto della Croce Rossa, usato come deposito, visitato giornalmente da altre due o tre addetti. Neanche una mezza dozzina di persone che vagolano a guardia del deserto di 68mila metri quadrati. Il viaggio nell'altra dimensione nera genovese comincia dal cancello in cima a via del Lagaccio, che apre le porte della caserma costruita nel 1835 da Agostino Chiodo, direttore delle fortificazioni della Superba, incaricato di ingrandire la fabbrica di polveri da sparo. La caserma divenne sede del comando dell'artiglieria, usato poi come «spolettificio» per arrivare agli anni Settanta come sede degli autieri per la riparazione e ricovero di veicoli militari. La palma a sinistra del piazzaletto d'ingresso, che da ieri è accessibile per il ricovero delle auto degli abitanti della soprastante via Ventotene, è la sola pianta rigogliosa. Le bombe abbandonate naturalmente sono innocue. Le persiane di legno alla genovese degli ex alloggi di sottufficiali e ufficiali, ormai sono a tocchi e allo stremo. Più marroni che verdi. Il giallino ocra degli edifici è grigio e ci sono grossi pezzi di intonaco caduti ovunque. Ci si inerpica su per lo sporco sudario d'asfalto facendo attenzione a non inciampare tra le buche. Lo spettacolo dei capannoni di (forse) amianto fa venire il voltastomaco un po' per la puzza e l'immondizia, un po' di più per gli spazi sprecati e non restituiti ai genovesi. Dai tetti piove. Le porte non esistono. Gli angoli sono pure bruciacchiati, per i falò accesi da qualcuno.
A lato della collina opposta a via Ventotene, c'è un buco nero nel buco nero. Si tratta dell'accesso di una galleria. Un vecchio binario che una volta veniva usato per il trasporto delle munizioni e delle spolette fino a un centro di smistamento ferroviario. La galleria è stata murata, ma senza manutenzione alcuni residenti dicono che anche quel passaggio potrebbe franare. Senza contare i rivi nella zona sottostante. Scale e scalette, stradine e muri pericolanti, buchi e voragini. Fino alla «vista panoramica» antistante l'ufficio deposito della Croce Rossa. Dall'altra parte ci sono i caseggiati e il supermercato della Pam. Da questa parte regnano erbacce, cavi elettrici penzolanti, i pezzi d'intonaco caduti per terra. Da sopra l'insieme è quella dei casermoni con i tetti rotti e (forse)l'amianto che penzola. Tornando giù dalla zona della frana di via Ventotene c'è «Piazzale S. Barbara» e la «Sezione del 2° Reparto». I cartelli ormai sono buoni soltanto per i rigattieri. «Se non si fosse perso tempo e la sinistra avesse evitato di fare proclami-bufala - spiega il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (lista Biasotti) - la riqualificazione della caserma Gavoglio sarebbe già partita e il disastro annunciato di via Ventotene sarebbe stato evitato. Del Lagaccio finora si è parlato soltanto come possibile sede, la più sbagliata, della moschea». «Molti residenti - attacca il consigliere comunale Antonio Bruno (capogruppo Fds) - mi hanno riferito dell'amianto presente alla Gavoglio. Il Comune aveva detto che l'area era stata bonificata, ma non ne sappiamo granché. Il Puc di Marta Vincenzi prevedeva un incremento del 30 per cento dei volumi degli edifici. Nel nuovo piano urbanistico la giunta Doria dovrà dire sì alle richieste dei residenti e no alla cementificazione del Lagaccio». Intanto, il sindaco Marco Doria, per la prima volta in vita sua, si fa vedere nel quartiere popolare e sentenzia: «Girando lo sguardo da via Ventotene ho visto tanti palazzi costruiti male, 40-50 anni fa. La frana è la metafora di un Paese che sta crollando».