IL SANGUE DEI VINTI

Lo storico Raffaele Francesca dimostra come tutti quei morti furono colpa di un attentato partigiano

Nei giorni scorsi l’avvocato Raimondo Ricci ha detto la sua in merito alla recensione comparsa sul Secolo XIX del libro di Raffaele Francesca «San Benigno: silenzi, misteri, verità su una strage dimenticata». Oggi diamo voce all’autore del libro.


Sul «Secolo XIX» dell’8/11, sotto il titolo «Tragedia di San Benigno la Resistenza non c’entra», l’avvocato Raimondo Ricci tenta di confutare ancora una volta quanto da me affermato e dimostrato nel mio libro «San Benigno: silenzi, misteri, verità su una strage dimenticata» (Novantico Editrice, Pinerolo 2004). A questo punto, devo desumere che l’avvocato Ricci o non abbia letto il mio libro, o finga di non averlo letto; e non abbia altresì letta la risposta da me indirizzatagli sul «Giornale» del 3/11/2004 a un suo attacco rivoltomi su «La Repubblica/Il Lavoro» del 21/10/2004, attacco in cui – pur senza nominarmi esplicitamente, come invece fa in questa occasione – mi definiva un «falsario della storia». Rebus sic stantibus, devo ripetermi, ribadendo che la tragedia avvenne a séguito di un attentato terroristico partigiano, e, rispondendo all’avvocato Ricci, cercherò di essere il più conciso possibile, ma troppe sono le – chiamiamole così – «incongruenze» nel suo articolo citato che mi corre l’obbligo di controbattere.
Afferma intanto l’avvocato Ricci: «Come già verificatosi in passato, ci vediamo nuovamente costretti a denunciare la totale infondatezza di una simile ricostruzione dei fatti e rimandare, per una puntuale ricostruzione dell’accaduto ad un articolo della ricercatrice genovese Silvia Traversa comparso nel 2001 sul secondo numero di “Storia e memoria”, rivista del nostro istituto».
Rispondo. «Come già verificatosi in passato», non posso non sottolineare che la «puntuale ricostruzione» della «ricercatrice genovese» tanto puntuale non è, anzi, lascia molto a desiderare; e lo provai già nel citato libro, al quale, a mia volta, rimando Ricci. Per fare un solo esempio: la Traversa, in relazione al processo svoltosi nel 1949 a Genova contro i componenti la «Banda del Lagaccio» – processo citato anche dal mio interlocutore nel suo articolo in questione, e del quale riparleremo -, riferendosi ai medesimi affermò nel proprio «studio» che (riporto alla lettera) «alcuni imputati avevano vanamente tentato di giustificare alcune loro azioni come ispirate da moventi legati alla lotta di liberazione, e in qualche caso di spacciarsi come appartenenti alle Sap. Sta di fatto che nessuno di essi risulta inquadrato nelle forze della resistenza, sia di montagna che di città». Come già scrissi, peccato – per la Traversa e per l’avvocato Ricci – che nel faldone del processo in discorso risultino almeno 5 (cinque) attestati del Cln, del Cvl, dell’Anpi che certificano ad altrettanti imputati (poi condannati, fatte salve le solite, materne amnistie…) lo status di «partigiani» e addirittura (in due casi) di «partigiani combattenti». E io, fedelmente, detti attestati riproduco nel mio libro. I nomi? Eccoli: Lo Giudice Angelo, Clovis Renato, Barigione Angelo, Rovegno Lorenzo, Restani Cornelio. A proposito del Restani: nel suo «pezzo» l’avvocato Ricci lo definisce «principale esponente della cosiddetta “Banda del Lagaccio”, dedita, tra il 1944 e il 1949, a gravi reati, omicidi compresi». Sono lieto che l’avvocato Ricci ne sia a conoscenza. Però mi permetto obiettare che dette «referenze», non troppo esaltanti sotto il profilo etico, non impedirono che venissero rilasciati, e fra gli atti del processo fossero inseriti e appaiano:
a) una autorizzazione del Comitato di Liberazione Nazionale, Distaccamento Pestarini, 294° Brigata, che così recita: «Il patriota Restani Corneglio (sic!) è autorizzato a circolare in città armato. La presente dichiarazione ha carattere permanente. Il Commissario: firmato Tritolo; Timbrato: Comando della Brigata Lattanzi. Genova 27/4/1945» (si noti la data);
b) un mandato di cattura (nelle persone del signor Frangini Nello e famiglia), emesso dal Restani quale «Commissario del C.L.N., Comando Brigata Lattanzi 294°, distaccamento Pestarini», datato Genova 3/5/1945 (si noti la data);
c) una dichiarazione del «Corpo volontari della libertà, Ufficio stralcio ex Brigata Lattanzi», che dichiara: «I sottoscritti partigiani della ex Brigata Sap Lattanzi, operante nella zona Genova-Città, dichiarano sotto la loro personale responsabilità che il signor Restani Cornelio, ha partecipato alla lotta per la liberazione di Genova, nei giorni dal 24/4/45 al 30/4/45, nelle file della suddetta Brigata, (distaccamento Lo Giudice). (…) In fede: seguono le firme di Mario Mulassano, Bosco Gaspare, Giglio Gennaro, Comiti Alfredo. Resp: Uff. Tesseramento: Piero Speziali. Genova, 28 maggio 1949» (si noti la data).
A suffragio della sua versione, poi, l’avvocato Ricci sposa la tesi del fulmine quale causa della tragedia di San Benigno, affermando: «fanno testo, a questo proposito, il notiziario della Guardia nazionale repubblicana del 14 ottobre 1944, una relazione del gruppo presìdi del 17 ottobre e le dichiarazioni del generale Gunther Meinhold, contenute nel memoriale pubblicato proprio dal Secolo XIX nel 1949 “un fulmine colpì le condutture elettriche della ferrovia e fece saltare le cariche esplosive collocate nell’ingresso del tunnel. Per somma disgrazia si trovava in quel momento sui binari della galleria un treno carico di materiale esplosivo di altissimo potenziale, in attesa di essere convogliato a Livorno’)”.
Rispondo. Rispettivamente a soli quattro e sette giorni dall’accaduto; considerato che, in effetti, nella notte fra il 3 e il 4/10/44 Genova fosse stata investita da un forte temporale; valutando le macroscopiche dimensioni della tragedia; ignorando ancora quegli elementi necessari per la conoscenza della verità che sarebbero in séguito incontestabilmente emersi… ecco, ponendo mente a tutto ciò, come era possibile soltanto immaginare tanta spregevole, raccapricciante, bestiale efferatezza? Ma (come fra l’altro testimonia il Lanz nella sua biografia del Cardinale Boetto e come mi disse don Bruno Venturelli f.m. all’epoca dei fatti viceparroco nella Chiesa di San Teodoro) si parlò quasi sùbito di «attentato partigiano». Inoltre, circa il Meinhold («stranamente» difeso e protetto dal C.L.N. genovese al processo di Norimberga, come dichiarò Remo Scappini – «Il Lavoro», 6/4/1990 -, tanto da farlo assolvere dalla «corte che giudicava i criminali nazisti») e la sua affermazione sul «treno in attesa di essere convogliato a Livorno», mi pare che qualche ombra sulla veridicità della testimonianza e/o sulla memoria del Meinhold siano legittime, poiché, mentre la tragedia, come sappiamo, ebbe luogo il 10/10/1944, Livorno era già in mani angloamericane dal 1°/7/1944 (cfr. anche Roberto Battaglia, «La seconda guerra mondiale», Ed. Riuniti 1977, p. 392). Che i tedeschi volessero fare cadeau del «materiale esplosivo» agli angloamericani?
Continua poi l’avvocato Ricci: «Perché se l’azione fu opera della Resistenza, non scattò alcuna rappresaglia nazista (non dimentichiamoci che un consistente numero di soldati tedeschi perì nell’esplosione), in conformità agli ordini di Kesserling, in altri casi puntualmente eseguiti?».
Rispondo. Stante il fatto che la notizia della rivendicazione dell’attentato riportata dal giornalucolo «il Ribelle», come l’avvocato Ricci dovrebbe sapere, apparve sul «Mercantile» del 31/3/45 (e non del 30, come affermato dalla «ricercatrice» Traversa nel suo «studio»); stante il fatto che gli «alleati» erano ormai vicini, e si sapeva (la cosiddetta «liberazione» sarebbe infatti avvenuta soltanto 23/24 giorni dopo, e l’ingresso degli angloamericani in Genova il 27/4); stante il fatto che il Cardinale Siri, il Comandante Arillo della X Mas, il partigiano di Giustizia e Libertà Riccardo Vignolo (Brigata Scoglio II) stavano predisponendo con i tedeschi un piano - oltre che per il salvataggio del porto - per il ritiro spontaneo e pacifico dei tedeschi medesimi e delle autorità fasciste, ritiro che sarebbe infatti puntualmente iniziato (lungo la Valpolcevera, mentre i partigiani sarebbero dovuti scendere lungo la Valbisagno) il mattino del 23 aprile – a causa dell’imminente, previsto arrivo dei cosiddetti “alleati”, e non certo per paura dei partigiani -; stanti tutti questi fattori, non è logico pensare che ormai non ci fossero più né volontà, né tempo, né modo, né scopo per effettuare una rappresaglia? E, per di più, della prevista, conseguente entità? (Fra parentesi segnalo al presidente Ricci che il nome esatto del feldmaresciallo tedesco è Kesselring, e non Kesserling come egli si ostina a scrivere).
Continua poi il mio interlocutore: «Perché i resoconti mensili, con i quali il governo veniva informato in maniera riservata dei principali fatti cittadini (e conservati ora nel fondo prefettura relativo alla repubblica di Salò) non fanno minimamente cenno a un presunto coinvolgimento partigiano?».
Rispondo. Per il semplice fatto che il fondo in questione venne abbondantemente manomesso e saccheggiato (e molti documenti addirittura bruciati) dai partigiani durante i giorni della pseudo «insurrezione», come risultò esplicitamente durante il processo Basile tenutosi a Napoli. Basta esaminare il fondo per verificare che pure altri notori attentati terroristici partigiani non appaiono.
Circa «il Ribelle» e la «supposta» (sic!) rivendicazione in esso contenuta «presentata da Francesca come dato di fatto», Ricci mi rimanda al documento conservato presso l’Ilsrec.
Rispondo. Come nel mio libro scrivo e provo, anche attraverso testimonianze raccolte, quello citato dall’avvocato Ricci è documento più o meno goffamente sbianchettato (meglio: ristampato), non trattandosi certo dell’originale. A proposito: sa dirmi l’avvocato Ricci perché già al secondo numero «il Ribelle» cambiò testata, divenendo «il Patriota»? Azzardo: che sia per cancellarne più facilmente la memoria?
Circa, poi, la detenzione (cui Ricci fa cenno) di Mario Buzzo, uno dei presunti attentatori di San Benigno, rispondo: nel mio libro (sarebbe sufficiente leggerlo) riporto documenti del carcere di Marassi nei quali si smentisce il Certificato, esibito in Corte d’Assise durante il processo, che attestava: «Buzzo Mario G. Paolo trovavasi dall’8/2/1944 al 27/10/1944 in questo stabilimento». Infatti in quel lasso di tempo Buzzo risulta, fra l’altro: passato a disposizione del Tribunale militare di La Spezia (15/2), ricoverato per tre volte presso l’Ospedale di San Martino, scarcerato almeno una volta per libertà provvisoria (1/4), ricoverato all’Ospedale psichiatrico di Quarto (30/8)… E ancora: il Buzzo era già evaso una volta dalle carceri di Migliarina (La Spezia), per cui se gli riuscì da un carcere, figuriamoci se non gli sarebbe stato possibile da un ospedale…
Inoltre, anche se, per mera ipotesi, non fosse stato Buzzo uno degli attentatori, il ripugnante, infame, turpe gesto criminale maturò fuor d’ogni dubbio in ambiente partigiano: leggi Brigata «Lattanzi», Brigata «Lo Giudice», banda del Lagaccio… Gennaro Giglio (nome d’arte «Tritolo»), Lazzaro Boccone, Francesco Arena, etc. Ma c’è di più: il secondo partigiano indicato, in fase processuale, quale attentatore, era Lazzaro Boccone (e Ricci non lo cita); ebbene, Giorgio Gimelli, nel suo «Cronache militari della Resistenza in Liguria» (vol. III, pag. 307), proponendo un organigramma delle forze partigiane locali, lo qualifica, guarda caso, come «sabotatore». Strana «combinazione», poi, ha voluto che alcuni dei partigiani i cui nominativi emersero in relazione all’attentato di San Benigno siano stati uccisi da altri partigiani: Lazzaro Boccone (talvolta citato come Bocconi) da Mario Buzzo (anche se il suo nome appare sotto il Ponte Monumentale e Gimelli inserisce il Boccone nell’elenco dei «Caduti nell’aprile 1945 nei combattimenti per la liberazione di Genova e Provincia!); Francesco Arena da Angelo Rovegno; Mario Buzzo dai partigiani della divisione “Balilla”… Cornelio Restani, nonostante fosse stato gravemente ferito in un attentato (22/2/46) tesogli dai “compagni” Barigione e Rovegno, sopravvisse. E, durante il processo, parlò.
Ma poi, e lo ripeto all’avvocato Ricci per tagliare la testa al toro, nel mio libro riproduco in toto l’esplicita rivendicazione dell’attentato quale opera di “patrioti” (sic!) contenuta nella rivista “Italia combatte”, rivista – come Ricci non può non sapere – paracadutata sul nord Italia ai partigiani da parte dell’aviazione “alleata” (inglesi, americani, monarchici badogliani), insieme ad armi, medicinali, vestiario, istruzioni, notizie, etc. Il citato giornaletto, sotto la data del 24/10/1944, così recita in prima pagina:
«I patrioti hanno fatto saltare a Genova, il 10 ottobre, nella galleria presso “La Lanterna”, un deposito che conteneva una ingente quantità di esplosivi destinati dai tedeschi alla distruzione delle gallerie Calata Molo Nuovo e Calata della Sanità. Danni si sono pure verificati in altre due gallerie più distanti. Circa duecento tedeschi sono rimasti uccisi. I lavori di riparazione del porto sono ancora in corso».
Domando all’avvocato Ricci: anche dietro questo documento si cela «la mano del falsario» com’egli afferma essersi verificato per la rivendicazione apparsa su «il Ribelle»? o si tratta della solita «provocazione fascista»? o della abituale «strumentalizzazione contro i valori della resistenza»? Per opportuna informazione dell’avvocato Ricci, gli segnalo (nel caso non avesse letto il mio libro) che egli sarà in grado di compulsare il documento di cui sopra presso il confratello Istituto storico della Resistenza di Cuneo, che cortesemente me ne fornì fotocopia. Sempre che, anche in questo caso, non si sia nel frattempo provveduto alla sua distruzione.
Conclude quindi l’avvocato Ricci:
«Fare storia significa leggere le carte, consultare gli archivi, verificare scrupolosamente le fonti, condurre con rigore metodologico le proprie ricerche nella disponibilità al serio confronto critico e all’eventuale riesame storiografico…».
Appunto. Concordo in pieno. E perciò restituisco il pistolotto al mittente.
Ma ora, una domanda: sa spiegarmi l’avvocato Ricci perché, considerato che la vulgata resistenziale ed egli stesso sostengono «il carattere accidentale dell’evento», a San Benigno le autorità genovesi post-resistenziali non hanno mai ritenuto di apporre una lapide (per la tragedia delle Grazie possiamo contarne tre), provvedere a una commemorazione, organizzare una cerimonia ufficiale in memoria delle 400/1000 vittime innocenti (così le quantifica lo stesso Ricci)? E ciò, fra l’altro, nonostante le ripetute richieste di don BrunoVenturelli f.m., allora parroco nella Chiesa di San Teodoro? Solo nel 1999, dopo 55 anni, venne collocata nottetempo e senza neppure avvisare don Bruno, una minuscola targa con la ermetica (ed emetica) scritta: «Vittime della galleria di San Benigno 10/10/1944» (ma che cosa voleva significare?), successivamente sostituita con un’altra, solo di pochissimo meno indecente.
Per coprire i delitti resistenziali il silenzio è la strategia migliore, vero presidente?
Ma, e qui concludo, adesso le chiedo: a distanza di oltre sessant’anni dalla fine del conflitto, allo scopo di onorare come è doveroso la componente sana, «pulita», coraggiosa della Resistenza, non sarebbe opportuno indicare alla pubblica opinione e processare nei luoghi deputati, anziché «coprirlo», il ributtante marciume che incontestabilmente in essa si annidò: volgari ladri, brutali stupratori, feroci assassini e – come si verificò a San Benigno - vili, spietati, disumani terroristi?