SEGUE DA PAGINA 45

(...) in serie A se il verde pubblico è degno di questo nome, se è pulita, se le strade non sono un colabrodo, se i cittadini hanno una buona qualità della vita e vedono rispettati i propri bisogni, se tutti si sentono rappresentati dalle istituzioni, se gli ultimi e coloro che si trovano in difficoltà sono aiutati e non dimenticati, se la cultura è incentivata, ma senza trasformarsi in un carrozzone pubblico mangiasoldi.
Insomma, checchè ne dica Marta, non mi pare che il Teatro dell’Opera pubblico rientri nelle esigenze primarie di una città.
Certo, capisco il dramma dei 300 dipendenti che si troverebbero in mezzo a una strada e tendo a solidarizzare con loro, come con chiunque perda il proprio posto di lavoro. Ma mi chiedo (ed è una domanda retorica, con la risposta affermativa già incorporata) anche se alcuni di quei 300 sono gli stessi che hanno bloccato il teatro con decine di scioperi, se sono gli stessi che hanno uno dei migliori contratti italiani, se sono gli stessi che stoppavano le prove per spifferi d’aria o amenità simili, se sono gli stessi che hanno tentato la cogestione del teatro, se sono gli stessi che sembravano pronti a morire per il maestro Oren. Come se, senza Oren, non si potesse più fare musica. Se sono gli stessi che - da una parte e dall’altra - si sono dilaniati in estenuanti guerre sindacali che hanno colpito il teatro, gli abbonati, i paganti e perfino gli sponsor (il caso Cgil-Finmeccanica è qualcosa che passerà agli annali). Se alcuni (non tutti, per carità) sono gli stessi che non parevano ammazzarsi di fatica, almeno a giudicare dal numero di giorni di aperture del Teatro.
Ecco, se sono gli stessi, perchè dovrebbero avere più aiuti pubblici di tanti operai rimasti in cassa integrazione senza alcuna responsabilità? Perchè dovrebbero avere mille e mille tutele in più di tanti precari che hanno la sola colpa di essere entrati in un mercato del lavoro diverso? Perchè la politica - di tutti i colori - li tratta in guanti bianchi?
Salvaguardare i posti è sacrosanto. Pensare a una diversa organizzazione del lavoro, molto più flessibile come accade in molte parti d’Europa, pure. I carrozzoni, oggi, è meglio metterli in garage.