Un genovese disegna Atlantide in Sardegna

Irene Liconte

«L'isola era completamente circondata da mura di pietra su cui si ergevano torri di avvistamento»: così Platone descrive nel «Crizia» la mitica isola di Atlantide, posta oltre le colonne d'Ercole. E se le vestigia dell'imponente architettura difensiva di Atlantide non fossero altro che i nuraghi sardi? Che Atlantide sia identificabile con la Sardegna è l'ipotesi (mutuata dal giornalista e scrittore Sergio Frau) che il disegnatore genovese Enzo Marciante adotta in «Atlantis», il suo ultimo romanzo a fumetti, incentrato sulla guerra mossa da Atlantide all'Egitto nel 1200 a.C. Le opere di Marciante, da «Genova a fumetti» alle biografie di Colombo e Marco Polo, si basano tutte su una rigorosa analisi storica: ecco allora che l'ardita teoria di «Atlantis» è stata sottoposta a un vero processo con tanto di giuria archeologico-scientifica al BerioCafè.
Marciante «sposta» le colonne d'Ercole dallo stretto di Gibilterra al canale di Sicilia proprio sulla base delle fonti antiche, che descrivono i bassi fondali insidiosi e la bonaccia di venti del braccio di mare tra le colonne: caratteristiche che non si adattano alle perturbazioni atlantiche e ai 300 metri di profondità dello stretto di Gibilterra, bensì al canale di Sicilia. Nell'ultima glaciazione il livello del mare sarebbe diminuito di ben 200 metri, facendo affiorare tra la Sicilia e la Libia terre oggi sommerse. La favolosa civiltà di Atlantide coinciderebbe quindi con la civiltà nuragica dell'Età del Bronzo (II°-I° millennio a. C.), artefice di maestosi megaliti alti fino a 25 metri: i nuraghi, appunto. E sono 8000 i nuraghi rinvenuti, sia singole torri sia fortezze come il complesso di Barumini, testimonianze di un'evoluta tecnica di lavorazione della pietra.
Eleganti miniature di navi in bronzo, custodite al Museo Archeologico di Cagliari, rivelano anche un'avanzata tecnica nautica. Le statuette bronzee di animali ritraggono cervi, daini e cinghiali, anziché pecore ed agnelli, mentre quelle umane rappresentano guerrieri armati di scudi, elmi ed archi. E nel tempio di Medinet Habu, in Egitto, l'affresco raffigurante la guerra mossa agli Egizi dai Libi e dai loro alleati, «i popoli del mare» (tra cui le fonti egizie citano gli Shardana, cioè i Sardi) mostra combattenti equipaggiati proprio come i guerrieri del museo di Cagliari. Un popolo di guerrieri e navigatori più che di pastori, quindi, che fortificò un'isola allora lussureggiante di querce, in gran parte abbattute nell'800 per ricavare le traversine della nascente rete ferroviaria italiana. Una civiltà distrutta forse da bellicosi invasori, forse da un terribile cataclisma: un maremoto causato da un'eruzione della faglia siciliana? La catastrofe, secondo Marciante, provocò ai discendenti un trauma collettivo tanto acuto che il ricordo fu relegato nei recessi del mito, sprofondando nel senso del pudore connaturato ai Sardi.
Molte, e veementi, le critiche dei cattedratici a questa ipotesi: Platone data Atlantide al 9500 a. C., mentre la civiltà nuragica conobbe il suo splendore intorno al 1000 a.C.; ed è ritenuta eccessiva la stima dell'abbassamento del livello del mare durante l'ultima glaciazione, limitata al più a qualche decina di metri. Il mito di Atlantide, ultima roccaforte dell'età dell'oro, che Platone situò in uno spazio e un tempo volutamente remoti, conobbe la sua fortuna nel '500 e nell'800, secoli delle grandi esplorazioni e del gusto per l'esotico. Negli ultimi decenni si sta invece affermando l'«endotismo», la riscoperta del fascino delle terre a noi prossime: in quest'ottica la teoria propugnata da Marciante, al di là della sua fondatezza, presenta l'innegabile pregio di offrire il quadro di una Sardegna misteriosa che va oltre le attrattive del suo mare e della sua gastronomia.