George Bush come Reagan... Tra 20 anni sarà rivalutato

Denunciato per crimini di guerra, l’ex presidente è costretto a rinunciare a un viaggio a Ginevra per evitare l’arresto

Avrebbe dovuto andare a Ginevra, il prossimo 12 febbraio per un ricevimento organizzato da un’organizzazione ebraica, l’United Israel Appeal. Ma l’ex presidente americano George W. Bush ha annullato l’impegno (la sua prima visita in Europa dalla fine del mandato) poiché la mobilitazione degli attivisti in difesa dei diritti umani avrebbe rischiato di fargli passare qualche momento spiacevole. Esisteva infatti la possibilità che fosse arrestato per avere autorizzato la tortura dei detenuti sospettati di terrorismo e detenuti a Guantanamo.

Nello specifico delle accuse la questione è spinosa, ma quello che più colpisce è il costante ricorso a due pesi e due misure. C’è infatti un’intellighenzia globale che si considera abilitata a decidere in ogni momento chi va santificato e chi, invece, deve essere demonizzato. Salvo poi rivedere i propri giudizi a qualche decennio di distanza.
In effetti, Bush non è in primo luogo odiato perché ha autorizzato l’uso della tortura (come egli stesso ha ammesso in una recente intervista), ma semmai perché simboleggia - a torto o a ragione - quell’America «sbagliata», conservatrice e cristiana, che le élite dell’umanitarismo rigettano. Per lo stesso motivo l’attuale presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è invece tanto amato al punto da ricevere - e forse lui stesso avrà avvertito, in qualche modo, un po’ di imbarazzo - il Premio Nobel della Pace prima ancora di essersi insediato e di aver fatto qualcosa.

È veramente insopportabile questa pretesa di definire - su basi per così dire «estetiche» - chi ha ragione e chi ha torto: una forma di razzismo antropologico, come qualcuno l’ha definito, che poi nei fatti condanna la sinistra a una chiusura su stessa (e qualche anno fa Luca Ricolfi si è proprio chiesto per quale motivo i progressisti siano tanto antipatici e affetti da tale complesso di superiorità).
Ma ancor più grave è che in tal modo si scivola verso uno sviluppo in senso giudiziario proprio di quell’interventismo militare che - a mio personale giudizio anche con buoni motivi - si rimprovera a Bush e che, in verità, è un tratto costante della politica di ogni potenza. Come ha insegnato Carl Schmitt, la retorica dei diritti umani genera conflitti insolubili e persecuzioni terribili, specie se associata a un progetto di giurisdizione globale che si traduce in una demonizzazione sistematica dell’altro. Lo studioso tedesco fu molto esplicito quando scrisse: «Ormai conosciamo la legge segreta di questo vocabolario e sappiamo che oggi la guerra più terribile può essere condotta solo in nome della pace, e la disumanità più abietta solo in nome dell’umanità».

Quanti oggi attaccano Bush, e solo lui, non si rendono conto di ripetere il medesimo errore compiuto dall’allora presidente americano quando descrisse Saddam come «un nuovo Hitler». Sono imprevidenti ad attaccare Bush anche perché, tra pochi anni, è probabile che il loro giudizio sarà ribaltato.

Non è un caso che il demonio americano per eccellenza - Ronald Reagan - sia oggi messo sugli altari un po’ da tutti. Tony Blair ha affermato che va «assolutamente lodato per il modo in cui ha impersonificato l’ottimismo indomabile del popolo statunitense e per aver tenuto l’America in prima linea nella lotta della libertà di ogni popolo». Ma perfino Obama ha sostenuto che egli ha «cambiato la traiettoria dell’America come non fecero Richard Nixon e neppure Bill Clinton», poiché capì che gli americani erano ormai pronti a una vera rivoluzione: «Il fatto è che noi vogliamo chiarezza e ottimismo, vogliamo un ritorno a quel senso del dinamismo e quello spirito imprenditoriale che si era perso».

Bisogna insomma aspettare vent’anni. E infatti in questi ultimi giorni ne abbiamo viste di ogni colore: compresa una copertina di Time magazine con Ronnie insieme all’attuale inquilino della Casa Bianca, a presentazione di un servizio che spiega «Why Obama loves Reagan» (Perché Obama ama Reagan). Forse la regola è che l’ex nemico assoluto sia morto, poiché fino a quando è in vita chi si sente autorizzato a stilare gli elenchi dei «buoni» e dei «cattivi» difende a spada tratta i propri pregiudizi: anche oltre ogni ragionevolezza.
Nello specifico delle accuse contro Bush, non vi sono buoni argomenti a difesa della tortura. E più in generale mi pare contestabile l’idea stessa di «esportare la democrazia» con gli eserciti e con quella Realpolitik che costruisce alleati destinati a trasformarsi presto in nemici.

Tutto ciò è vero, ma l’onestà intellettuale impone di riconoscere che gli Usa guidati da «san» Barack Obama sono ora in Afghanistan esattamente come al tempo di George W. Bush. Senza considerare che - dalla Corea al Vietnam - sono stati proprio i presidenti progressisti a coinvolgere l’America nelle guerre.
Al di là degli schieramenti, c’è insomma una sostanza della politica estera statunitense che non muta: e solo il manicheismo delle anime belle può credere che tutto il male sia da una parte e tutto il bene dall’altra.