La Germania in cerca di se stessa

Un salotto rosso ove le tracce dell'umido inseguono uno sgualcito ritratto di Lenin. Una domenica scaldata dal sole in cui oziare all'aria aperta. Un paesaggio desolato, scandito dalle carcasse di un'industria che un tempo era uno dei tanti fiori all'occhiello della «locomotiva d'Europa». Sono queste alcune delle immagini che compongono un percorso attraverso le pieghe più intime della Germania contemporanea.
S'intitola «Deutschlandbilder» la mostra fotografica in corso alla Fondazione Carige (Via D'Annunzio 105, fino al 30 giugno) organizzata insieme al Goethe Institut, presente a Genova fin dagli anni '60 e oggi diretto da Roberta Canu. L'idea di un'esposizione itinerante che invitasse a riflettere sulla nuova e complessa identità tedesca è nata nel 2005, in occasione dei 15 anni dalla fondazione dell'agenzia fotografica Ostkreuz e dell'anniversario dell'Unificazione. Un momento, quest'ultimo, che ha suggerito la necessità di soffermarsi sul «paese reale»: sulla rielaborazione del passato e lo smarrimento ma anche sulle nuove speranze e attese del popolo tedesco. Il risultato di questa incursione - spesso sofferta e improntata all'intimismo - è la sostituzione dell'immagine stereotipata della nazione a quella di un paese alla ricerca della propria identità, fra conflitti irrisolti e volontà di conquistare il futuro.
Le immagini in mostra, gravitano idealmente intorno alla molteplicità di significati che definiscono il concetto di Heimat. Parola che non solo designa la patria ma delinea - come l'omonima epopea cinematografica di Edgar Reitz ha mostrato - l'appartenenza a un luogo e a una cultura e il modo in cui questo sentimento si esprime nel vissuto quotidiano. Scorrono davanti all'obiettivo dei fotografi le coste incontaminate di Spiekeroog (T. Meyer) cui fanno da contrappunto le lande desolate della Renania e dalla Ruhr, ove la fine dell'industria ha significato disoccupazione ed emigrazione (J. A. Schlösser). E, ancora, i volti dei bambini abbandonati negli istituti sociali (A. Schönharting), che stridono a contatto con i classici passatempi domenicali immortalati dalla Hauschild e con le narrazioni di Bellwinkel. Non mancano, infine, visioni surreali e metaforiche (L. Schröder) del quotidiano, riletto, invece, attraverso il dettaglio malinconico e simbolico dalla Bergemann e declinato in un'inedita versione vitalistica nei ritratti di anziani iperattivi di Ute Mahler. Le immagini in mostra hanno un forte respiro corale e nella specificità linguistica di ciascun fotografo prende corpo la visione di un'altra Germania. Quella del popolo tedesco.