Ma il Gesù offeso non chiede vendetta

La parola religione deriva dal latino religare, cioè «legare a». Le grandi religioni, l'Induismo e l'Islam per esempio, si costituiscono infatti intorno a un complesso e articolato sistema di norme rigide, che investono la vita degli individui in ogni ambito: dietetiche, sessuali, ambientali, e di ogni minuto comportamento quotidiano.
Sarà forse per questo che agli integralisti religiosi di ogni epoca e latitudine, Gesù Cristo e la sua buona notizia evangelica, suscitano un fastidio di pelle tanto acuto dal doverne fare oggetto di scherno, come è avvenuto ieri in India con un'immagine che lo ritrae con bottiglia di birra e sigaretta. Lo scopo è blasfemo e irriverente. Ma l'obiezione non nuova.
Anche i farisei del tempo di Gesù parlavano di lui e dei suoi discepoli come di una compagnia di mangioni e beoni. Capaci poi di sedersi a tavola non tanto con scribi, sacerdoti e dottori della legge, quanto con pubblici peccatori come i pubblicani e le prostitute. Uno di loro, Matteo, chiamato all'apostolato, e un altro come Zaccheo, richiamato amorosamente dall'albero su cui era salito, perché Gesù visitasse la sua casa, con grande scandalo di tutti i bigotti di Gerico. Per non parlare poi delle prostitute, che secondo il Divino Maestro, precederanno i farisei di ogni epoca nel regno dei cieli.
Insomma, più che di una religione fatta di norme e scomuniche, la buona notizia evangelica appare, fin dall'inizio, come il mistero di un incontro personale tra l'uomo e Dio, e tra l'uomo e l'uomo, basato sulla mitezza e l'accoglienza.
Ciò espone da sempre i cristiani al martirio. E l'eroica testimonianza delle comunità indiane ci riporta all'origine e alla radice di un messaggio basato innanzitutto, oltre che sull'amore e la non violenza, sulla fraternità e sulla libertà di coscienza.
Dice Gesù: «Non è ciò che entra nell'uomo che lo contamina, ma ciò che esce da lui. Non sono cibi impuri che sporcano le bocche, ma parole e intenzioni». È in questa esaltazione incondizionata della libertà di coscienza che sta forse la ragione prima per cui le democrazie liberali, e persino i princìpi dei laicissimi Stati moderni, si sono sviluppati in una terra europea fecondata dal Vangelo, piuttosto che nella penisola arabica, nel subcontinente indiano, della terra di mezzo cinese o nell'immensa Africa.
Per questo il vangelo della Libertà è così ostico e indigesto a tutti i fondamentalismi religiosi. E la raffigurazione blasfema di Gesù, ancora una volta per una misteriosa e direi miracolosa eterogenesi dei fini, ripropone la carica rivoluzionaria del Messia dei dolori. E ancora una volta, se necessario, richiama i cristiani, soprattutto quelli nelle terre di confine, a essere non coloro che portano la croce sugli scudi e sulle bandiere, ma sulle spalle. Faticosamente, e se possibile gli uni quella degli altri.
La cultura laica ha esaltato due parole: tolleranza e inclusione. Entrambe a mio modo di vedere sospette, se lette alla luce dei martiri indiani. La tolleranza, virtù laica per eccellenza, nasconde sempre un certo senso di superiorità verso chi si tollera. D'altra parte, tollere in latino vuol dire sollevare. Includere per solidarietà e giustizia, virtù sociale per eccellenza, vuol dire spesso inglobare dentro di sé, nei propri valori e nel proprio punto di vista.
La vera Libertà evangelica è quella di chi, come i fratelli indiani, si mette in gioco in una realtà ostile, pronti a testimoniare la libertà del proprio credo anche al prezzo della vita. Quello che nella nostra società pingue, ottusa e un po' disperata sembriamo avere dimenticato. Forse perché non ascoltiamo abbastanza quel Nazareno, crocifisso per scelta e risorto nel mistero, quando ci ricorda che non c'è Verità senza Libertà. Ma neppure Libertà senza Verità. Quella Verità che la distingue dalla licenza, dall'arbitrio, dal caos accecato di tutti gli egoismi, gli integralismi e i bigottismi: anche se colorati da religione o da ideologie totalitarie e opprimenti, come tutte le manifestazioni umane della falsa coscienza.
Guai quindi se i cristiani dovessero farsi prendere dalla tentazione di reagire come i musulmani di fronte alla vignetta su Maometto. Non dev'essere loro costume ribattere colpo su colpo. Non soltanto perché chi di spada ferisce di spada perisce. Ma perché è nella beatitudine della misericordia e persino nell'accettazione di essere perseguitati e magari anche derisi, la superiorità di un Messia che non ha voluto essere re di questo mondo. Ha accettato persino lo scherno e la derisione della Passione, offrendo l'altra guancia a chi lo schiaffeggiava.
Dei seguaci armati di violenza e ritorsione, anche se camuffati da crociati, sarebbero ridicoli, inutili e soprattutto infedeli al Suo insegnamento.