"Già aiutati 65mila italiani. Il prossimo passo va fatto con Regioni e volontariato"

Roma - Volontari negli ospedali e nei consultori per supportare da un punto di vista psicologico e anche materiale le donne in crisi che faticano ad accettare la gravidanza e scelgono l’aborto per necessità o disperazione. Per Eugenia Roccella, sarebbe un sistema per applicare in modo concreto la prima parte della 194 che prevede un aiuto psico-fisico ma anche materiale alla donna in stato di gravidanza.

Sottosegretario, la crisi economica attanaglia le famiglie comprese le donne nel momento della gravidanza. E aumentano le italiane che scelgono l’aborto per difficoltà finanziarie.
«I numeri sull’aumento degli aborti dell’anno in corso non ci sono ancora. Però il trend è in discesa».

Ma crescono quelli provocati da mancanza di soldi.
«Le donne cercano aiuto per portare avanti la loro gravidanza. Un figlio, ovviamente, cambia il rapporto con il reddito. E purtroppo la loro situazione è analoga a tutte le persone che fanno parte delle fasce deboli, comprese le famiglie che hanno figli e il marito disoccupato o in cassa integrazione».

E lo Stato come può intervenire?
«Noi siamo già intervenuti con il piano aiuti alla famiglia, con il cosiddetto bonus famiglia. Poi ci sono gli assegni familiari e gli sgravi fiscali».

Ma per le mamme in difficoltà, cosa è stato fatto?
«Oltre al bonus famiglia c’è un aiuto aggiunto ai destinatari della social card, destinato a latte artificiale e pannolini, che ha interessato 65.000 italiani. Qualche intervento è stato fatto. Ma nulla è sufficiente quando la coperta è corta. E in questo momento di recessione non possiamo fare miracoli».

Allora per le gestanti se ne deve occupare solo il volontariato?
«Non solo, le Regioni dovrebbero contribuire a finanziare quei gruppi che si pongono l’obiettivo di aiutare le donne in difficoltà che aspettano un bambino. Lo ha fatto la Lombardia assieme al comune di Milano. Le altre potrebbero seguire il suo esempio».

La legge 194, però, sollecita il legislatore a rimuovere gli ostacoli che impediscono alla donna di far nascere un bambino.
«Bisogna infatti ripensare l’intera questione dei consultori e della prevenzione dell’aborto. È in atto una riflessione che deve però passare attraverso linee guida della legge».

Se ne parla da anni.
«Ora però è necessario concretizzare. Vanno offerti percorsi alternativi all’aborto. E l’argomento è molto delicato. Attualmente, prima di abortire, una donna deve fare un colloquio, ha una settimana di riflessione e teoricamente il medico dovrebbe informarla sulle alternative».

Teoricamente, di fatto è tutto molto più formale.
«La 194 è stata applicata a macchia di leopardo. E bisogna trovare un sistema che offra un supporto alla donna più efficace e personalizzato».

Ma le risorse sono quelle che sono.
«Un modo per migliorare ci sarebbe: coinvolgere in maniera più significativa il mondo del volontariato in quello dei consultori per far applicare la legge in modo più consapevole».

Quando si parla di volontariato si pensa a un approccio ideologico al problema dell’aborto. Lei pensa ad un appoggio delle regioni cosiddette «rosse»?
«Proprio in Emilia Romagna, precisamente a Forlì, c’è una sperimentazione in corso. È una sorta di integrazione tra consultori e associazioni di sostegno alle maternità difficili. E funziona molto bene. Quel protocollo si potrebbe estendere anche alle altre Regioni».

Dunque su questo argomento non ci sarebbero barriere politiche?
«Il percorso per la prevenzione all’aborto va studiato anche con l’aiuto della sinistra. E in accordo con le Regioni».