Giacomo, il telescopio e la macchina del tempo

Interminati spazi e sovrumani silenzi: sono passati due secoli da quando Giacomo Leopardi immaginava l'infinito, ove per poco il cor non si spaura. E pensare che all'epoca l'Universo era la Via Lattea, ancora non sapevamo che era solo una galassia tra oltre cento miliardi di galassie, ciascuna con cento miliardi di stelle. Ma non solo: oggi sappiamo che l'Universo non è proprio infinito, ma in continua espansione, ancora più angosciante di quanto pensasse Leopardi.

Basta per esempio andare oltre quello che abbiamo sempre chiamato cielo, un sottile strato di atmosfera, per trovarci immersi in uno spazio freddo e buio e perfino molto nocivo, inadatto alla vita (e sì, fatto di infinito silenzio, perché il suono non si propaga nello spazio). È il motivo per cui un viaggio su Marte, per esempio, appare molto difficile: lo spazio è pieno di radiazioni, dai raggi x ai raggi gamma, insomma l'Universo, ossia tutto quello che circonda questo piccolo pianeta, è cancerogeno. In compenso su Marte abbiamo mandato molti robot, l'ultimo dei quali ci ha trasmesso il suono del vento marziano. Cambia poco, perché tanto non c'è nessuno a sentirlo. E abbiamo messo anche piede sull'amata Luna di Leopardi, ma siamo scappati subito perché anche lì si sopravvive poco. Abbiamo, nel frattempo, non solo immaginato, ma grazie a potentissimi telescopi siamo riusciti a guardare quasi all'origine dell'Universo, che ha quattordici miliardi di anni. Quasi, perché c'è ancora una siepe che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude, ma manca poco per riuscire a vedere le prime galassie.

Il «pessimista cosmico», come viene definito Leopardi, in realtà era un esistenzialista cosmico, e molto realista. Al confronto di quanto ci ha rivelato la scienza, forse perfino un ottimista: poteva ancora personificare la Natura e definirla matrigna e crudele, mentre un secolo e mezzo di ricerca evoluzionistica l'ha rivelata come un processo cieco e senza finalità che dura da quattro miliardi di anni. Vivesse oggi, Leopardi potrebbe non solo perdersi negli interminati spazi, ma anche indietro nel tempo, quando eravamo rozzi primati, e prima ancora pesci o batteri, e prima ancora niente. Oppure nell'infinitamente piccolo delle particelle elementari, ugualmente inquietante. Ma ciò non toglie che della Natura avesse capito tutto, almeno per quanto riguarda la nostra condizione umana.

Al massimo si consolava con l'eternità, e mi sovvien l'eterno, ma neppure l'eterno esiste, abbiamo perfino un'istantanea dell'Universo appena nato, quando aveva appena quattrocentomila anni, la Radiazione Cosmica di Fondo, e tra miliardi di anni la fisica prevede che andremo incontro alla morte termica dell'Universo, e un giorno che non sarà un giorno tutto sarà un buio freddo e senza vita, e sarà come se niente fosse mai stato. Ma anche questo aveva visto Giacomo, quando nello Zibaldone annotava: «Io ero spaventato di trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare, considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla».