Giancarlo De Cataldo: «Indago sulle trame oscure degli anni Novanta»

Dopo averci raccontato in Romanzo criminale l’epopea della banda della Magliana, con i suoi torbidi retroscena in cui mafia, politica e massoneria s’incontravano sulla strada del denaro e del potere, Giancarlo De Cataldo ci accompagna con un nuovo libro, Nelle mani giuste (Einaudi, pagg. 340, euro 15,80) fino agli anni ’90, dove tutto diventa - se possibile - ancor più diabolico.
Un’Italia dove Stato e criminalità organizzata si trovano faccia a faccia nell’esigenza di ridefinire una specie di concordato, un patto di non aggressione, dopo che gli equilibri erano saltati per colpa di chi non ne voleva sapere di dialogare con il male: giudici saltati in aria, bombe nelle città, la risposta mafiosa al tradimento degli antichi accordi. La parte più guasta del Paese messa a nudo senza reticenze, con la scrittura nitida e ironica di uno dei più bravi romanzieri contemporanei.
Un romanzo che fa attorcigliare le budella, che mostra con coraggiosa chiarezza la differenza fra la salottiera politica televisiva e quella che si tesse dietro la facciata. Dove la quantità di denaro e il desiderio di potere raggiungono livelli inimmaginabili, si entra in un mondo depurato dall’etica, dove tutti diventano uguali e possono dialogare tra loro: mafia, alta finanza, Stato, Vaticano. Una danza di potenti che dall’ombra decidono le sorti della nazione. Nelle mani giuste ha il sapore della verità romanzata, ma è ancora più sconcertante di Romanzo criminale per due motivi: non parte dalla malavita ma dalla politica, e si svolge in un’epoca molto vicina a noi.
De Cataldo, perché ha scritto Nelle mani giuste?
«Perché io per primo quando, in cerca di ispirazione, ho ripreso a studiare la storia italiana degli ultimi anni, sono rimasto sorpreso dalla quantità e dalla gravità degli eventi di quel periodo “nero” (il ’92-93) e costretto a rifare i conti con una memoria che stava sbiadendo. Da qui a romanzarla, il passo è stato breve. Breve e obbligato».
I romanzi riescono a ricostruire epoche passate con più efficacia dei libri di storia?
«Tolstoj diceva che la Storia sarebbe una bella cosa... se solo fosse vera! Il romanziere può permettersi delle libertà che né lo storico, né, tanto meno, il giudice, possono prendersi. D’altronde, io non ambisco tanto a ricostruire la storia, quanto a scrivere - e narrare - delle storie».
La letteratura di oggi è ancora capace di influenzare il costume o almeno il comportamento di alcune categorie di persone, come succedeva per i romanzi cavallereschi?
«Non credo. Se un pregio ha, o può avere, la letteratura, è quello di salvare dall’oblio certi fatti scomparsi dalla memoria collettiva, specie dei giovani. E di stimolare la loro curiosità a saperne di più. Questo vale, ovviamente, per il realismo, per il noir. Ma non per il fantasy o per i romanzi d’amore, ai quali chiediamo, più spesso, di sognare. Però sognare non solo è bello, e a volte desiderabile, ma anche giusto!».
Ha già in mente un romanzo dove si racconta l’Italia del nuovo millennio?
«No. Non è nemmeno detto che un progetto così sia all’ordine del giorno. Forse scriverò un romanzo di fantascienza (una delle mie più antiche passioni)».