La Gioconda? Sono due. E una è sepolta a Napoli

L'arca verde risalta sul lato sinistro dell'ingresso, accanto a quelle del nonno Ferrante, del bisnonno Alfonso il Magnanimo, e della zia Giovanna quarta d'Aragona. Per osservarla bisogna alzare gli occhi, perché le tombe della famiglia Aragona si trovano su un ballatoio al di sotto della volta affrescata da Francesco Solimena, in due file sovrapposte. Gli Aragona riposano nella sagrestia della Basilica di San Domenico Maggiore di Napoli. La chiesa è una suggestiva mescolanza di storie, prima tra tutte quella che riguarda San Tommaso d'Aquino, che soggiornò nel convento in una cella visitabile dove si trova anche il Crocefisso di legno che, secondo la tradizione, gli «parlò». Uno dei luoghi più enigmatici è proprio la sala delle arche: perché non si conosce l'identità di molti uomini e donne sepolti e perché nel sarcofago verde è custodito il mistero più seducente, quello di Isabella Sforza di Aragona, figlia di Alfonso II di Napoli e moglie di Giangaleazzo Sforza, Duca di Milano.

La malìa della sua sepoltura è legata a una congettura storico-artistica che non ha ancora conferme né smentite: Isabella d'Aragona è la Monna Lisa di Leonardo?

IL QUESITO

Nel cinquecentesimo anniversario della morte del genio di Vinci nessuno studioso è ancora riuscito a dare una risposta definitiva alla domanda sull'identità della Gioconda. E non è una stravaganza l'ipotesi che le donne di Leonardo fossero due: la Monna Lisa e la Gioconda, come testimoniato da un pittore e saggista del sedicesimo secolo, Giovanni Paolo Lomazzo. Nel suo Trattato dell'arte della pittura, scultura e architettura, tra i più bei ritratti di donne, cita le immagini «di mano di Leonardo, ornati a guisa di primavera, come il ritratto di Gioconda e di Monna Lisa, né quali ha espresso tra l'altre parti meravigliosamente la bocca in atto di ridere». Lomazzo, nato vent'anni dopo la morte di Leonardo, parla dunque di due quadri distinti. La Monna Lisa e la Gioconda vengono separate con una «e» anche nell'indice dello stesso libro. Non si tratterebbe, insomma, di un refuso. In un altro trattato, Idea del tempio della pittura, Lomazzo torna sui ritratti femminili di Leonardo, e inserisce tra le tele concluse la «Leda ignuda e il ritratto di Mona Lisa napoletana», che sono nella «fontana di Beleo in Francia» (il Castello di Fontainbleau, ndr).

E qui balza in primo piano la figura di Isabella, nata e sepolta a Napoli, ma per anni signora a Milano, essendo andata in sposa a Giangaleazzo Maria Sforza, legittimo erede del Ducato, nel 1488. Aveva 18 anni quando arrivò al castello milanese, nel periodo in cui Leonardo era da alcuni anni ingegnere di Corte, e fu proprio l'artista-inventore toscano ad organizzare i sontuosi allestimenti scenici del banchetto nuziale. Isabella e Leonardo ebbero certamente modo di trascorrere del tempo insieme, prima durante il soggiorno di Leonardo a Pavia, dove Isabella era stata alloggiata con il marito da Ludovico il Moro, e poi a Palazzo Reale a Milano, nel difficile periodo in cui, dopo la morte del marito Gian Galeazzo ad appena 25 anni, Isabella era stata gettata ancor più nell'ombra da Ludovico. Gli storici dell'arte che accreditano la tesi della Gioconda -Isabella si soffermano sull'abito della Monna Lisa, che presenterebbe caratteristiche tipiche delle donne Sforza durante l'ultima fase dei periodi di lutto. Nel 1494 Isabella perse come detto il marito, forse avvelenato dal Moro, mentre nel 1512 le morì il figlio Francesco, da cui era stata separata dal re di Francia Luigi XII (la datazione della Gioconda del Louvre è compresa tra il primo e il secondo decennio del 500). C'è poi quel cenno di Lomazzo alla «napoletana». Ma una storica tedesca si è recentemente spinta molto più in là: Maike Vogt-Luerssen, oltre a condividere le tesi sull'abito, sostiene che tra Leonardo e Isabella d'Aragona sarebbe intercorsa una relazione amorosa, che la coppia avrebbe avuto dei figli e che Leonardo sarebbe anzi sepolto non ad Amboise, ma proprio a San Domenico Maggiore a Napoli, vicino alla duchessa.

LE IPOTESI SUL TAPPETO

La tesi non ha alcuna conferma, ma stanno te prendendo quota le ipotesi di una Monna Lisa-Isabella. Per chi volesse cercare tracce fisionomiche, esiste un unico busto conosciuto della principessa degli Aragona, opera dello scultore Francesco Laurana e ora conservato al museo Kunsthistorisches di Vienna.

Altre teorie indicano come possibile modella, Bianca Giovanna Sforza, la più giovane delle donne della Corte milanese al tempo di Leonardo, figlia di Ludovico il Moro, morta a 14 anni in circostanze misteriose appena due mesi prima di Beatrice d'Este, scomparsa anch'essa giovanissima in un castello milanese intriso di mondanità e gelosie, dove tre giovani il marito di Isabella, la figlia e la moglie del Moro - persero la vita in modo improvviso in appena tre anni.

La donna più accreditata come Gioconda è stata in realtà per secoli la dama tramandata dalle parole di Antonio Vasari nelle sue Vite: «Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie; e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto. La quale opera oggi è appresso il Re Francesco di Francia, in Fontanableo». Dopo anni di ricerca non si ha la certezza, che le ossa di donna trovate nell'ex monastero di Sant'Orsola a Firenze siano di Lisa Gherardini, ma il suo nome è iscritto nel libro dei morti della vicina chiesa di San Lorenzo. Il riferimento del Vasari non convince però completamente. Le donne dopo il matrimonio mantenevano il cognome del padre e non assumevano quello del marito. Il mercante fiorentino Giocondo morì inoltre molti anni dopo Leonardo, e non si comprende perché il maestro, che aveva spesso bisogno di denaro, abbia tenuto sempre per sé un quadro dipinto su commissione se il committente era ancora in vita.

C'è poi un'altra testimonianza ancora, e questa volta a differenza del Vasari e di Lomazzo, chi scriveva aveva conosciuto Leonardo di persona: il cronista in questo caso è Antonio De Beatis, che nel suo diario al seguito del cardinale Luigi d'Aragona riferisce di un incontro a Cloux nel 1517 con il genio di Vinci, che avrebbe mostrato agli ospiti tre quadri tra i quali «uno di certa dona fiorentina, quadro di pictura bellissima, facto ad istanza del quondam magnifico Giuliano de Medici». Secondo lo storico Roberto Zapperi il ritratto commissionato da Giuliano de'Medici, figlio di Lorenzo, era quello di Pacifica Brandani, sua amante a Urbino, morta a soli due giorni dal parto di un bambino, Pasqualino. Proprio per dare a quell'orfano un volto materno, Giuliano avrebbe chiesto a Leonardo il ritratto della donna. Olivia Nesci, docente di geomorfologia dell'Università di Urbino e Rosetta Borchia, naturalista e artista, sostengono che lo sfondo della Gioconda sia il Montefeltro, territorio dell'antico Ducato di Urbino. Giuliano de Medici morì nel 1512: non avrebbe quindi potuto pretendere il quadro, rimasto nelle mani di Leonardo.

IL DISCEPOLO

Altre ipotesi hanno addirittura chiamato in causa l'allievo di Leonardo, Gian Giacomo Caprotti, detto il Salai, dalla controversa bellezza quasi femminea. Il mistero si infittisce se si considera che i ritratti potrebbero essere due differenti, come sosteneva Lomazzo. Nel 2008 un consorzio internazionale anonimo ha acquistato un quadro rimasto per anni in un caveau svizzero, ereditato dal marito da una donna inglese: la Monna Lisa di Isleworth, una Gioconda un po' più giovane, con tratti del viso appena differenti e uno sfondo distante da quello del Louvre (compaiono addirittura due colonne come quinte). A differenza delle copie della Gioconda sparse per il mondo, questa è stata definita dalla Mona Lisa Foundation che l'ha analizzata - e da una buona parte, anche se non da tutti, i maggiori studiosi di Leonardo - attribuibile al maestro. Non si tratta comunque di una copia ma di un quadro differente: la donna ritratta è simile ma non uguale, anche lei «nell'atto di ridere», come del resto moltissimi soggetti di Leonardo.

L'arcano continua a vivere anche a Napoli: sinora nessuno ha la certezza che sia esistito un legame spirituale tra Leonardo e Isabella Sforza d'Aragona. Ma la donna gli fu certamente vicina più di altre, e nel suo volto il Maestro potrebbe aver fuso malinconia e astuzia, elementi maschili e femminili, tradotti sulla tela in un sorriso senza tempo.