Giovani oltre il deserto

Nel rapporto fra generazioni si snoda il cammino verso il futuro. Un rapporto complesso, spesso conflittuale, in cui si ritrovi il valore di una cultura, il senso dell’educazione e la maturazione della consapevolezza della propria identità sociale.
I nostri giovani sono diventati oggi un facile bersaglio di molteplici critiche, che vanno da un estremo in cui li si condanna senza scusanti, al polo opposto in cui li si santifica come se fossero le vittime designate di un mondo cinico e baro. A conti fatti, prevale di gran lunga il primo atteggiamento: i giovani sarebbero disimpegnati, adulatori dell’effimero, incolti... e chi più ne ha più ne metta.
Dietro a ogni giovane c’è una famiglia, quindi, è da lì che si dovrebbe incominciare per capire sia qual è il ragazzo che abbiamo di fronte, sia qual è in generale, il suo mondo. Consideriamo, per esempio, la realtà giovanile scolarizzata fino all’università: è un segmento certamente molto parziale, ma altrettanto molto significativo perché in esso è presente la futura classe dirigente del Paese, quella che farà opinione, quella che comunque aspira ad avere un lavoro e un ruolo di primo piano. Se, insomma, nelle aspirazioni e nelle azioni dei giovani si può cogliere il destino di una società, è a questa realtà giovanile che si deve guardare.
Piaccia o no, è ancora la scelta politica a essere discriminante. Naturalmente una concezione della politica che non rinvia di necessità all’adesione a un partito, ma a un orientamento, a un impegno di prospettiva nel sociale. Quando io ho incominciato a insegnare, 38 anni fa, non c’era dubbio che, almeno da un punto di vista quantitativo, prevalevano i giovani che si impegnavano a sinistra. Da questa generazione è nato il ’68 e tutto quello che ne è derivato. Oggi la situazione è completamente mutata. L’area, per così dire, di centrodestra comprende ragazzi molto motivati ad approfondire percorsi culturali un tempo assolutamente marginali. Si pensi ai giovani che hanno risposto agli appelli degli ultimi due pontefici, con un entusiasmo e una volontà di conoscenza del messaggio cristiano, che non ha precedenti nella storia del dopoguerra.
Ci sono poi ragazzi interessati a sviluppare i problemi del liberalismo, dell’etica laica, del principio di libertà dell’individuo di fronte allo Stato. Il liberalismo, prima della caduta del Muro di Berlino, era una parola quasi in disuso adoperata da una parte politica assolutamente marginale. Oggi è al centro del dibattito culturale.
E poi giovani che, con i valori tradizionali della destra, si interrogano sul senso della propria identità, ragionano sul valore della famiglia, sul ruolo della scuola, sul significato della Patria, altra parola su cui era caduta l’interdizione della nostra storia recente.
Sono tutti ragazzi che vogliono maestri veri per riflettere insieme ed essere orientati: e sanno sceglierseli, i maestri, sanno riconoscere quelli che hanno davvero qualcosa da insegnare. Nell’area della sinistra questo non accade: c’è la consapevolezza che i maestri di un tempo sono oggi inservibili rottami. Alla prova della storia è fallita l’ideologia che aveva alzato il Muro di Berlino, è fallita la cultura sessantottina, è morto e sepolto tutto quel ciarpame filosofico che aveva inneggiato ai «figli dei fiori», all’esistenzialismo stile «on the road» di Kerouac, che aveva teorizzato il nichilismo ilare e gioioso, il pensiero debole e altre sciocchezze che tendevano a marginalizzare l’identità della persona, le sue aspirazioni, le sue speranze. Questa cultura fallimentare, a suo tempo presuntuosa e aggressiva, ha creato un deserto per i giovani di adesso che se ne stanno a sinistra. E, come si sa da antiche storie, i pifferai magici hanno facile presa quando suonano tra il vuoto delle idee. Un tempo i giovani di sinistra lottavano per abolire la divisione sociale del lavoro, oggi si entusiasmano quando Grillo chiede che i parlamentari non facciano più di due legislature. Un bel risultato.
Stefano Zecchi