Gioventù bruciacchiata

La Società Italiana di Pediatria presenta oggi a Pavia, presso il Policlinico San Matteo, una ricerca intitolata: «La società degli adolescenti». Sulla base di un campione di 1.200 studenti delle scuole medie inferiori, di età compresa tra i 12 e i 14 anni, ci viene offerto un quadro malinconicamente sconfortante dei nostri adolescenti. Non abbiamo di fronte una gioventù «bruciata», attraversata da grandi passioni trasgressive, come quella immortalata da James Dean: naturalmente i giovani di quel film erano più adulti rispetto ai ragazzi presi in esame dall’indagine della Società di Pediatria, ma sappiamo anche che i comportamenti sociali dei ventenni si formano e si consolidano proprio in età adolescenziale. E se i giovani «bruciati» della fine degli anni Cinquanta erano una minoranza, gli adolescenti di oggi presentano caratteri ampiamente condivisi a tutta la loro generazione.
È una gioventù «bruciacchiata», fuori da regole sociali propositive e virtuose, e tuttavia neppure dominata dal demone della contestazione, dell’opposizione, della negazione radicale. Sembra che la sua parola d’ordine sia «vivi e lascia vivere», nel senso del lasciarsi andare ed evitare grane, dell’impegnarsi il minimo indispensabile, del non immischiarsi in faccende troppo complicate. Una specie di realismo nichilista, in cui domina la consapevolezza che è meglio adeguarsi, altrimenti sei tagliato fuori o entri in un labirinto da cui non sei più in grado di uscire.
Nella ricerca svolta dalla Società di Pediatria emerge, per esempio, un considerevole aumento del bullismo. Sono molti i giovani (il 72 per cento) che hanno assistito a prepotenze subite da un amico o da una amica, ma si guardano bene dal denunciarle oppure dal contrastarle. Anzi la cosa più grave è che i bulli sono più ammirati che temuti, proprio perché in una realtà piatta e senza vere passioni questi sanno imporsi e distinguersi dagli altri. E non si creda che il bullismo sia soltanto un fenomeno maschile: oltre il 60 per cento delle ragazze dice che esso riguarda, per loro diretta esperienza, anche il mondo femminile.
Dunque, indifferenti alla violenza: la violenza c’è, è sempre più diffusa, ma non impressiona, bisogna imparare a conviverci. Cinema e televisione sono quindi sollevati da qualsiasi responsabilità pedagogica quando trasmettono scene di violenza: queste non fanno né caldo né freddo. Impera tra i maschi il desiderio di fare il calciatore e tra le femmine quello di essere una modella o una velina. Ma, quando viene chiesto di indicare qualche altra professione da svolgere da grandi, sono curiose le associazioni: velina o magistrato, ballerina o medico. E anche i maschi indicano analoghe coppie dissonanti. Frastornati e senza veri punti di riferimento.
A questo punto c’è da chiedersi dove sia la famiglia. E la risposta è semplice: non c’è. I genitori risultano molto obbedienti ai figli per non dover troppo discutere con loro. Cioè i genitori non fanno o non sanno più fare i genitori. Soprattutto i padri sono figure misteriose. Per esempio, risulta dall’indagine che gli interlocutori privilegiati dagli adolescenti sono i loro stessi amici. Un 40 per cento consulta la mamma. Un 18 per cento il papà (ma le femmine solo il 9,2 per cento) e un 1,3 per cento l’insegnante. Sembra che domini tra gli adolescenti un sesso «fai da te», privo delle necessarie informazioni che soltanto i genitori o gli insegnanti possono dare. Il sesso «fai da te» si apprende dai propri coetanei con un passaparola talvolta pericoloso, talvolta assurdo. E talvolta ciò che dovrebbe essere dolcezza diventa violenza o nulla di significativo. Senza la presenza della famiglia nella formazione dell’adolescente, non dovrebbe allora neppure meravigliare che un giovane di 12, 14 anni pensi già che studiare è certamente importante, ma che per andare avanti nella vita sono fondamentali le raccomandazioni.
Stefano Zecchi